sabato 28 giugno 2008

Eric Barret (dal punto di vista di un tecnico del suono)

La vita in tournée: Eric Barrett

Prima ancora di associarsi agli Experience e di seguirli in
tournée negli USA e in Europa, EricBarrett aveva lavora-
to con i Nice, in Inghilterra. «Ho solo dei buoni ricordi di
Jimi», dice Eric, che successivamente si è stabilito a Los
Angeles per occuparsi di James Taylor, Tony Joe White e
Cat Stevens.

«Conobbi Jimi quando lavoravo al Saville Theatre
con i Koobas, che erano in programma per lo stesso spetta-
colo. Mi sembrava un tipo in gamba e sarebbe stato simpa-
tico lavorare per lui, anche se questo non rientrava affatto
nei miei progetti. Ma una sera, dopo l'incendio che aveva
distrutto il club Speakeasy, mi trovavo al Blaises. Noel
Redding si è avvicinato e ha detto: "Ti stavo cercando. Il
nostro tecnico di tournée è rimasto negli Stati Uniti, deve
avergli dato di volta il cervello, e noi domani dobbiamo
andare a Milano. Vuoi venire a lavorare con noi?" Io gli ho
risposto che ne avremmo riparlato più tardi.

« Sono tornato a casa, sbronzo, verso le4.30 del matti-
no e Gerry Stickells mi ha telefonato alle 7.30 per dirmi:
"Vuoi venire a Milano?" Io mi sono alzato con un tremen-
do mal di testa e sono andato in ufficio. Abbiamo preso
l'aereo per l'Italia e il gruppo si è esibito al PiperClub.

« Questo risale al '68. Tutte le attrezzature erano fuori
combattimento perché il gruppo era appena rientrato da
una tournée. Dopo ogni pezzo, Jimi se la prendeva con
me. I tubi degli amplificatori erano fusi e il volume conti-
nuava a subire sbalzi da un momento all'altro. Jimi intanto
non la finiva di strepitare: "Che cosa diavolo c'è che non
va?" e allora io gli ho detto: "Non lo so, io me ne vado!"
« Ma è arrivato Gerry e mi ha detto di calmarmi. Io gli
ho spiegato che le attrezzature di cui disponevamo non !
servivano a niente, e poi Jimi si è scusato dicendo che gli
dispiaceva di aver alzato la voce con me. Dopo cinque gior-
ni insieme in Italia, cominciavo a volergli bene e a render-
mi conto di quello che stava cercando di realizzare nella
sua musica.

«Abbiamo dovuto ricostruire tutte le attrezzature.
C'era un tipo a Long Island, un certo Tony Francis, che era
un vero genio quando si trattava di amplificatori, ed era lui
che ce li costruiva. Io gli ho spiegato il problema, che Jimi
suonava tutto a volume massimo, al numero dieci sulla
manopola, gli alti, i bassi, tutto. Gli ho detto che gli am-
plificatori non sopravvivevano a un solo spettacolo, si bru-
ciavano e basta.

«Tony allora li ha smontati pezzo a pezzo e li ha rico-
struiti. Ha rimesso tutto a posto e un pomeriggio, durante
un esperimento acustico, Jimi stesso li ha provati e funzio-
navano perfettamente.

« Abbiamo usato gli amplificatori Sun, ma Jimi li face-
va a pezzi, e così siamo rimasti fedeli ai Marshall. Jimi usa-
va sempre questa marca, mentre invece a Noel piacevano
moltissimo i Sun, per il suo basso.

« Jimi aveva cominciato con 75 watts e verso la fine si
serviva di sei casse Marshall, un metro e mezzo per quat-
tro, un "monitor" delle stesse dimensioni e altre quattro
casse Marshall da 100 watts, tutti collegati e modificati per
mezzo di distorsori, pedali "wah-wah" e perfino un "Uni-
vibe"! Aveva una speciale cassa per questi aggeggi, e i di-
storsori e i pedali "wah-wah" funzionavano da pre-ampli-
ficatori.

« Se provavo io le attrezzature, non ottenevo altro che
risonanza. Invece Jimi era capace di controllare tutto con
le dita, e ancora oggi non riesco a capire come diavolo
facesse. Era parte del suo genio speciale in questo campo.

giovedì 26 giugno 2008

Jimi Hendrix suonò in Italia nel maggio del 1968.





Jimi Hendrix suonò in Italia nel maggio del 1968.
Per i pochi appassionati che assistettero a quei concerti fu un momento epico, forse irripetibile.
In Italia non vi era ancora la tradizione dei « concerti » (fra l'altro il termine anglosassone concert, tradotto letteralmente, è entrato nell'uso molto più tardi), anche se a Roma, Milano e in qualche altra città avevano già suonato i Beatles, i Rolling Stones, gli Who, gli Small Faces, Pink Floyd, Stevie Wonder, Spencer Davis, che è come dire i più grossi nomi della musica giovane degli anni Sessanta. I fans però erano impreparati, poco competenti: scarsi i locali, quasi assenti le riviste specializzate e le trasmissioni radiotelevisive, al punto che quando questi grandi del pop capitavano in Italia, come miglior spazio promozionale gli si offriva ancora il Festival di Sanremo. E molti infatti, come gli Yardbirds o gli Hollies, ci andarono. Hendrix venne in Italia come rapida tappa di un tour europeo, in un anno che si sarebbe rivelato rivoluzionario ma musicalmente ancora canzonettistico e alquanto arretrato.

Passata la sfuriata beat, i ragazzi italiani si informarono sul rhythm and blues e seppero qualcosa
anche sul Flower Power, il movimento hippy pacifista e non violento di cui più si parlava a San Francisco, a Londra e ad Amsterdam. Però quell'uomo bello che giocava a fare il brutto, di cui i più
informati avevano visto una foto o ascoltato Hey Joe, li spiazzò tutti.
Dell'organizzazione dei concerti si occupò il « Titan », celebre locale romano che aveva raccolto l'eredità del « Piper ».
Il management del « Titan », quando doveva ospitare un gruppo importante, non disponendo di uno spazio adeguato decentrava i concerti al Teatro Brancaccio, sul cui palcoscenico passava di tutto, dal musical allo spogliarello.
Al Teatro Brancaccio di Roma, che comunque qualche anno dopo avrebbe registrato il primo autentico boom dei concerti pop nella capitale, l'Experience suonò per quattro volte, due spettacoli al giorno, il 24 e il 25 maggio.

A dire la verità Hendrix aveva suonato a Milano due giorni prima, al « Paip's » “Piper’s”, con duemila persone dentro e mille fuori che cercavano di entrare. Ma era stata un'altra cosa. Il nervosismo, la diffidenza della dogana, spesso molto pignola quando si trova alle prese con i bagagli dei complessi pop, aveva provocato un notevole ritardo nell'arrivo degli strumenti. Risultato: un paio d'ore di attesa che certo non aiutarono la buona riuscita del concerto.

A Roma, invece, si respirava un'aria più magica, psichedelica, come si diceva allora.
Hendrix era giunto in Italia preceduto dalla fama di brutto e di seduttore di ragazzine, con il consueto seguito di stampa scandalistica. Ma una volta sul palco, a luci spente, il giudizio del pubblico mutò rapidamente. Il concerto, presentato da Eddie Ponti, prevedeva un'introduzione di Pier Franco Colonna, i Triad e il balletto di Franco Estill, che pure aveva nella sua formazione giovani che poi si sarebbero fatti un nome, venne scarsamente seguito. Ormai l'interesse era tutto per l'Experience.

Quel concerto fu stupendo. Dopo aver eseguito Hey Joe, Burning of thè Midnight Lamp, Fire e Foxy Lady, non solo si era rotto il ghiaccio ma si era creata un'atmosfera indescrivibile, per l'Italia del tutto inedita. Quel magnetismo animale, quel potere ipnotico non poteva non lasciare affascinati, conquistati. Anche l'Experience ebbe la sua notevole parte di successo, soprattutto Noel Redding, che i soliti giornalisti scandalistici avevano inizialmente scambiato per la fidanzata di Jimi.

« Le mamme indicano la sua fotografìa ai bambini che non vogliono mangiare la carne », « Lo chiamano The horror e hanno ragione... », aveva scritto qualche giornale alla vigilia del suo arrivo, domandandosi in ultima analisi che tipo poteva essere un ragazzo così. Scoprirono che era completamente diverso da quello che sembrava: timido, gentile, edu-
cato, sempre disposto a scambiare due parole con chiunque.

Durante la prima giornata romana Jimi non si sentì molto a suo agio. A Gigi Movilia, direttore dell’ unico periodico musicale per giovani che si pubblicava allora, confidò: « Da quando sono in Europa incontro una persona su cento che mi permetta di parlare di quello che mi piace. Tutti mi
chiedono quanti anni ho, se è vero che ho sangue pellerossa nelle vene, quante donne ho avuto, se
sono sposato, se ho la Rolls Royce e sciocchezze di questo genere, ignorando che la gente che mi segue vuole avere ben altro. Vuole essere provocata per sentirsi scatenare dentro qualcosa di concreto che si chiama rivolta, battaglia, contestazione... ».
Ma evidentemente i tempi non erano maturi. La critica rock in Italia ancora non esisteva e coloro
che seguivano i concerti di Hendrix erano in massima parte giornalisti sportivi o di cronaca, spesso
anche abbastanza in là con l'età, totalmente fuori dal mondo giovanile.
Del resto per rendersi conto in che stato si trovò a suonare l'Experience in quel maggio 1968 basta dare un'occhiata ai titoli dei giornali, quotidiani e settimanali, specchio fedele, più degli stessi articoli, di una realtà provinciale e disinformata. Eccone alcuni.

« Un mostro che piace » (« II Radiocorriere » 8giugno 1968);

« Orrore al Brancaccio » (« II Giornale di Sicilia »8 giugno 1968);

« Suona la chitarra con i denti e il pubblico si entusiasma » (« II Momento Sera »), 25 maggio 1968);

« Orrore per pochi intimi » (« II Giornale d'Italia », 25 maggio 1968);

« II diavolo (nero) in corpo » (« Men », 7 giugno1968);

« Con dieci milioni Hendrix torna a casa » (« L'Europeo », 7 giugno 1968);

« Le ragazze impazziscono per il brutto con la permanente » (« Sogno », 23 giugno 1968).

Ma per fortuna non furono tutti negativi i contatti italiani del chitarrista. A Roma legò molto con alcuni musicisti che ruotavano intorno al « Piper » e al « Titan », fra i quali i Noise e i Folks, con i quali suonò in jam session a notte fonda.
Al « Titan » avevano predisposto tutto per la jam. Erano affluiti i musicisti romani, quasi tutto il « giro » musicale capitolino, e l'Experience si prestò a quell' atmosfera di festa. I Folks misero a disposizione gli strumenti, Hendrix prese il basso e Noel Redding la chitarra; e così suonarono per un paio d'ore, alle prese con vecchi classici del rhythm and blues e con nuovi pezzi del loro repertorio non ancora incisi. Quando Noel Redding e Mitch Mitchell preferirono passare tra le braccia delle ragazze che erano rimaste incollate al palco con la bocca aperta, Jimi continuò per un po' da solo e poi coinvolse i ragazzi, i musicisti dilettanti, inizialmente terrorizzati ma poi felicissimi di suonare con il loro idolo in quelle condizioni ideali.

La pratica delle jam session, fondamentale nel jazz e nella sua storia, non ha mai avuto una grossa
diffusione nel rock, soprattutto fra i musicisti in tournée in Italia. Fra le centinaia e centinaia di musicisti rock che avrebbero suonato nelle nostre città negli anni successivi non si registrò mai alcuna jam, segno che il business, ormai padrone dell'ambiente, aveva già fatto le prime vittime. Al contrario Hendrix, che fra i musicisti della sua gene razione fu il più grande, ne favorì alcune indimenticabili. Come quella del « Titan », quando suonò con i giovani e sconosciuti musicisti romani.
Eddie Ponti, che lo presentò durante i concerti romani, ne traccia un ritratto inedito e curioso.

Prima dello spettacolo Jimi gli chiese di essere presentato come Jimi Hendrix Experience; ci teneva.
Gli chiese anche di far liberare il palco: stavano per fare la prima comparsa in Italia i suoi giganteschi amplificatori. Ricorda Ponti: « Erano i primi amplificatori di quella mole che vedevamo e stavamo lì tutti a bocca aperta a guardarli, senza nemmeno immaginare che dopo un paio d'anni anche i nostri complessi dilettanti li avrebbero avuti. Figuratevi che appena attaccammo l'amplificazione saltarono tutte le valvole del Brancaccio per il troppo assorbimento. Nervosismo, impazienza del pubblico Jimi che diceva di non poter suonare... Una bolgia. Finalmente riuscimmo ad arrangiare qualcosa spegnendo tutte le luci del teatro, anche nei gabinetti e riservando tutto il carico possibile all'impianto dal quale però dovemmo per forza togliere uno degli amplificatori, malgrado le proteste di Hendrix ».

I concerti romani furono stupendi, riuscitissimi sia sul piano musicale sia su quello spettacolare.

Verso la fine della seconda esibizione gli si scordò la chitarra, o gli saltarono le corde e lui buttò per terra lo strumento schiacciandolo con un furore sincero e niente affatto calcolato. Il tecnico gliene procurò un'altra per continuare. Alla fine del concerto, nei camerini, la chitarra sfondata finì nelle mani di Eddie Ponti, al quale Hendrix decise di regalarla, per simpatia e per la riuscitissima presentazione.

« Ho ancora quella chitarra », dice Eddie, « me l’ hanno chiesta in tanti ma non ho mai voluto separarmene ».

Partita l'Experience, l'Italia pop ricadde nel consueto grigiore. Nemmeno i suoi dischi. Are you Experienced?, Axis: Bold as Love e i vari 45 giri ebbero un grosso successo commerciale: non apparvero mai nelle classifiche di vendita e per ascoltarli ci si doveva sintonizzare su « Bandiera gialla », « Per voi giovani » o sui primi programmi in lingua italiana di Radio Montecarlo.

un'estratto da:
"JIMI HENDRIX" di DARIO SALVATORI
Lato Side editore
1980

HENDRIX E LA STAMPA ITALIANA


HENDRIX E LA STAMPA ITALIANA:
DIALOGO TRA UN IMPEGNATO E UN NON SO

Fatti e misfatti del quarto potere (E. Gentile)

I rapporti tra i giornali italiani e Jimi Hendrix non sono praticamente esistiti fino al momento della morte: dopo, quando si è trattato di commentarne la scomparsa, sarebbe stato meglio se davvero non fossero mai iniziati.
Non si può certo chiedere che all'epoca, la fine degli anni Sessanta, tribolata e venata di maggio francese, di gioia e rivoluzione, di tensioni dure e soprattutto non capite che uscivano come lava dalla bocca del vulcano giovanile, i giornali riuscissero a comportarsi con sensibilità e acume tattico nei confronti di una strana scossa elettrica di importazione anglo-americana, la musica rock.
Si doveva pretendere, però, e in ogni caso, un filo di correttezza deontologica che, come è facile desumere controllando alcuni dei ritagli relativi ai giorni immediatamente successivi alla morte di Hendrix, pare una virtù assai rara. Disinteresse e sospetti nei confronti del rock e ancor più paura mista a sdegno per le imprese di un chitarrista mezzo nero e mezzo pellerossa che sembrava voler guidare i tumulti di una generazione, oppure l'invasione del Belpaese: questi erano i sentimenti emergenti dagli articoli, spesso gonfi di un tono infastidito, sottilmente censorio, paternalista quando non dichiaratamente razzista. Non erano proprio illuminati dal progressismo o dal solo buonsenso i giornalisti "obbligati" a scrivere di musica e di J imi in quegli anni: gli accenti pericolosi, la scarica di falsità e contraddizioni sono in bella evidenza già sui quotidiani d'informazione, quelli ritenuti seri ed obiettivi.
Nel confronto tra le diverse fonti giornalistiche non si può evitare di cogliere l'utilizzo maldestro e l'imbarazzo del linguaggio corrente in ambito rock, quella forma di sopportazione stentata tipica di chi, volentieri, si sarebbe occupato d'altro. In effetti la figura del giornalista musicale in pratica era appaltata a caso, non c'erano specialisti in redazione e la funzione di critica veniva svolta molto saltuariamente: i concerti, soprattutto quelli a denominazione rock, campeggiavano assai di rado in Italia e, come nel caso delle esibizioni di Beatles e Rolling Stones, la cronaca assumeva toni da reportage di costume, senza mai entrare nello specifico dei contenuti musicali. Oggi lo spazio e la credibilità conquistati dai giornalisti musicali sono fors'anche eccessivi, ma il rock, il jazz, la canzone d'autore hanno fatto prepotentemente irruzione nella nostra società, a livello di mercato e
di cultura diffusa, per cui è ovvio che i media seguano gli avvenimenti da vicino.
Hendrix, invece, in quella visita del maggio 1968 fu trattato giornalisticamente come un fenomeno da baraccone: e al momento della morte l'inquadramento di alcuni fu ancor più scandaloso.
Da evidenziare, per esempio, il balletto di notizie, smentite, illazioni, puri attentati all'intelligenza del lettore, perpetrati sulle colonne dei quotidiani: in primo piano le versioni sui motivi, le circostanze del decesso, da cui non scamparono nemmeno le testate più autorevoli e prestigiose.
Nel fango delle offese gratuite, dello stupidario a buon mercato ci sono caduti tutti. E bisognerà attendere diverso tempo perché sui giornali si riesca a leggere qualcosa di attendibile. E rispetto
alla questione hendrixiana qualche passo avanti lo si avvertirà solo nell'estate-autunno del 1979, nel pieno fervore del decennale. Forse con qualche coloritura di troppo, con alcuni passi un po' caricati: come nell'Espresso" numero 39, dove sotto il titolo "Requiescant in rock", si legge: "II 'sonno creativo' di Jimi Hendrix era ormai diventato proverbiale. Da tempo aveva intuito di essere schiavo di un meccanismo infernale, che gli succhiava ogni energia. Per difendersi non aveva trovato modo migliore che quello di negarsi al ruolo di 'eroe della musica pop' che gli era stato cucito addosso. 'La gente ha cominciato a prenderci per veri, ad abusare di noi: come i fiocchi d'avena per colazione,
aveva dichiarato in una delle sue ultime interviste. 'E' la schiavitù della musica pop, ecco cos'è. Sono stanco del modo di comportarsi dei fans, che s'aspettano che tu lavori come vogliono loro, solo perché ti hanno comprato una casa e una macchina..."

domenica 22 giugno 2008

I miei ricordi Maggio 1968


Nel maggio 1968 non avevo nemmeno 10 anni (li avrei compiuti di li a qualche mese).
Mi ricordo di Jimi per via del poster del concerto di Milano.
La città ne era tappezzata e non so perchè ma il suo sguardo mi inquietava, lo credevo una specie di stregone .... Non avevo idea di chi fosse, tanto meno che facesse musica.
Che fosse un musicista lo appresi poche settimane dopo dall'articolo apparso sul settimanale "Sogno".
Mio padre ci riunì tutti in cucina per leggerci di questo strano personaggio che girava con una valigia piena di bigodini.
...."Certo che sono strani questi hippy"...... Così pensai e risi di gusto al ricordo di quanto invece mi ero impressionato per la figura di quel poster, immaginavo chissà chi fosse ed invece era un personaggio così buffo.

LE RAGAZZE IMPAZZISCONO PER IL BRUTTO CON LA PERMANENTE.
(Da SOGNO del 23 giugno 1968 articolo di Paolo Valente)

Jimi Hendrix era giunto in Italia preceduto dalla fama di brutto e di conquistatore di ragazzine.
Fama meritata da quello che si è potuto vedere. Brutto lo è, eccome! Ma proprio brutto forte, con tanti capelli tutti aggrovigliati che gli scendono sulle spalle facendone una novella medusa.
Come se non bastasse ci sono anche un paio di baffi che fanno risaltare ancor più le grosse labbra.
La realtà è che le ragazzine impazziscono.
A Milano sembrava di essere ritornati ai tempi doro dei "Beatles": svenimenti, urla isteriche, sguardi trasognati.
Quando Jimi accompagnato dalla sua chitarra si scatena, dai movimenti e dalla voce sprizza una sorta di magnetismo animale, dal potere quasi ipnotico. Sì, basta sentire la sua voce per restarne conquistati, affascinati, anche se è un fascino simile a quello che prova un coniglio di fronte a un serpente boa.
Che tipo può essere un ragazzo così?
E' completamente diverso da quello che sembra: timido, gentile, beneducato, sempre disposto a scambiare due parole con chiunque.
Vedendolo non si direbbe ma ha una cura quasi maniaca della propria persona.
Fa il bagno tre o quattro volte al giorno, e altrettante si lava i capelli.
Viaggia con una sacca colma di "bigodini" per mantenere la permanente, e di pomate, pomatine, lozioni, creme e profumi.
Un beaty-case da fare invidia ad una diva che sente passare gli anni e deve mantenere lo stesso il fascino giovanile.
Accanto a lui compare regolarmente, irritante e presuntuoso, il chitarrista del complesso Noel Redding: bianco, magrissimo, porta i capelli acconciati allo stesso modo del suo capo.
Appena sceso dall'aereo la gente che era convenuta per ricevere il cantante si è data di gomito: "Si è portato anche un'amica. Magrolina però, e anche brutta. Bè, non è che lui sia bello... ma con la fama che ha, si credeva che avesse a disposizione articoli migliori".
La ragazzina magra era Noel Redding, il quale, non autorizzato, si è assunto la parte del divo: giungendo in ritardo, facendo i capricci e decantando le proprie doti.
Questo simpatico individuo ha un solo difetto: suona benissimo la chitarra.
Jimi Hendrix, dopo aver cantato i suoi pezzi famosi, Hey Joe e Burning of the midnight lamp, al Piper di Milano, si è trasferito al teatro Brancaccio di Roma per un'altra esibizione.
Le scene di fanatismo collettivo si sono ripetute, forse su scala maggiore.
Poi, mentre le ammiratrici lo attendevano al varco all'uscita, il cantante è sgusciato da una porticina laterale e ha voluto fare il giro di Roma "by night".
Quando è arrivato al Pincio, meta obbligata di ogni turista degno di tal nome in visita alla capitale, Jimi il "mostro", Jimi il "conquistatore" si è commosso fino alle lacrime allo spettacolo.
Ha confesssato che non aveva mai visto niente di tanto bello, e ha promesso solennemente a se stesso che quest'estate tornerà per una quindicina di giorni e si stabilirà in una villa sui colli Albani e scoprirà Roma tranquillamente. La sua commozione è stata asciugata, subito dopo, da un piatto di spaghetti, da uno di fettuccine, da un terzo di pappardelle, cui hanno fatto seguito un filetto alto qualche centimetro e un fiasco di vino.
Deve esere una fame che risale ai tempi in cui non era ancora un cantante famoso.
Hendrix è nato a Washington nel 1947, e la gioventù l'ha trascorsa tra Seattle, sulla costa del Pacifico, e Vancouver, nel Canada, dove vive sua nonna, una pellerossa della tribù Cherokee. A quattordici anni, ora ne ha ventidue, abbandonò la scuola per tentare di racimolare qualche dollaro; il padre, giardiniere, non nuotava certo nell'oro. A quindici anni cominciò a suonare il cotrabbasso. Si trasferì in Inghilterra dove incontrò Noel Redding e Mitch Mitchell, il batterista, fondò la "Jimi Hendrix Experience".
Il resto è noto.

giovedì 19 giugno 2008

Maggio 1968


















Il mese di maggio del 1968 era destinato a divenire un momento cardine della storia contemporanea. Il 3, infatti, iniziò lo sciopero degli studenti parigini che portò a violenti scontri con la polizia e alle barricate al Quartiere Latino: sulla rive gauche della Senna quelle proteste studentesche ed operaie segnarono l’inizio, per quanto riguarda l’Europa, della contestazione giovanile, il “sessantotto” insomma. Negli Stati Uniti, invece, i fermenti giovanili erano già attivi da parecchi mesi nelle principali università del paese, in particolare a Berkeley, e fortissime tensioni razziali erano seguite ai disordini scoppiati dopo l’assassinio di Martin Luther King a Memphis, nel Tennessee, il 4 aprile.
E in Italia? Il maggio del 1968 fu, come sempre del resto, il mese della Madonna. Il 19 e il 20 si svolsero le elezioni politiche, che videro in testa ai risultati, la Democrazia Cristiana, con il 39% dei voti, seguita dal Partito Comunista con il 27%, dal Partito Socialista con il 14,5%, dai Liberali con circa il 6%, dall’Msi con il 4,5% e dai Repubblicani con il 2%.
Ma il maggio italiano vide anche l’occupazione delle università milanesi: la rivolta studentesca partì dell’Università Cattolica il 24, mentre la statale venne occupata il 29.
Anche nel nostro paese, dunque, aveva inizio un periodo di passione e rivolta, che coincise con un altro importante avvenimento: l’arrivo di Jimi Hendrix.


Nel maggio del 1968, The Jimi Hendrix Experience tenne la sua unica tournè italiana.
Dopo 40 anni rimangono a testimonianza di quei 5 giorni, una registrazione audio (26 maggio 1968, Palasport Bologna), una breve ripresa filmata dalla RAI ( vedi barra video) e numerosissime foto.
Jimi Hendrix tenne comunque 6 concerti e 2 jam sessions sul suolo italico.
Lo scopo principale di questo blog è quello di raccogliere i ricordi di chi ha avuto la fortuna di assistere a quei concerti o incontrare Jimi durante il suo soggiorno italiano. Questo affinchè vengano conservati la memoria e le impressioni di quei giorni. Mi piacerebbe inoltre, che questo blog, fosse punto d'incontro per gli italici fans del grande Jimi, dove scambiare opinioni e commenti.

(nella foto Jimi Hendrix arriva a Malpensa 23 maggio 1968)