giovedì 26 giugno 2008

HENDRIX E LA STAMPA ITALIANA


HENDRIX E LA STAMPA ITALIANA:
DIALOGO TRA UN IMPEGNATO E UN NON SO

Fatti e misfatti del quarto potere (E. Gentile)

I rapporti tra i giornali italiani e Jimi Hendrix non sono praticamente esistiti fino al momento della morte: dopo, quando si è trattato di commentarne la scomparsa, sarebbe stato meglio se davvero non fossero mai iniziati.
Non si può certo chiedere che all'epoca, la fine degli anni Sessanta, tribolata e venata di maggio francese, di gioia e rivoluzione, di tensioni dure e soprattutto non capite che uscivano come lava dalla bocca del vulcano giovanile, i giornali riuscissero a comportarsi con sensibilità e acume tattico nei confronti di una strana scossa elettrica di importazione anglo-americana, la musica rock.
Si doveva pretendere, però, e in ogni caso, un filo di correttezza deontologica che, come è facile desumere controllando alcuni dei ritagli relativi ai giorni immediatamente successivi alla morte di Hendrix, pare una virtù assai rara. Disinteresse e sospetti nei confronti del rock e ancor più paura mista a sdegno per le imprese di un chitarrista mezzo nero e mezzo pellerossa che sembrava voler guidare i tumulti di una generazione, oppure l'invasione del Belpaese: questi erano i sentimenti emergenti dagli articoli, spesso gonfi di un tono infastidito, sottilmente censorio, paternalista quando non dichiaratamente razzista. Non erano proprio illuminati dal progressismo o dal solo buonsenso i giornalisti "obbligati" a scrivere di musica e di J imi in quegli anni: gli accenti pericolosi, la scarica di falsità e contraddizioni sono in bella evidenza già sui quotidiani d'informazione, quelli ritenuti seri ed obiettivi.
Nel confronto tra le diverse fonti giornalistiche non si può evitare di cogliere l'utilizzo maldestro e l'imbarazzo del linguaggio corrente in ambito rock, quella forma di sopportazione stentata tipica di chi, volentieri, si sarebbe occupato d'altro. In effetti la figura del giornalista musicale in pratica era appaltata a caso, non c'erano specialisti in redazione e la funzione di critica veniva svolta molto saltuariamente: i concerti, soprattutto quelli a denominazione rock, campeggiavano assai di rado in Italia e, come nel caso delle esibizioni di Beatles e Rolling Stones, la cronaca assumeva toni da reportage di costume, senza mai entrare nello specifico dei contenuti musicali. Oggi lo spazio e la credibilità conquistati dai giornalisti musicali sono fors'anche eccessivi, ma il rock, il jazz, la canzone d'autore hanno fatto prepotentemente irruzione nella nostra società, a livello di mercato e
di cultura diffusa, per cui è ovvio che i media seguano gli avvenimenti da vicino.
Hendrix, invece, in quella visita del maggio 1968 fu trattato giornalisticamente come un fenomeno da baraccone: e al momento della morte l'inquadramento di alcuni fu ancor più scandaloso.
Da evidenziare, per esempio, il balletto di notizie, smentite, illazioni, puri attentati all'intelligenza del lettore, perpetrati sulle colonne dei quotidiani: in primo piano le versioni sui motivi, le circostanze del decesso, da cui non scamparono nemmeno le testate più autorevoli e prestigiose.
Nel fango delle offese gratuite, dello stupidario a buon mercato ci sono caduti tutti. E bisognerà attendere diverso tempo perché sui giornali si riesca a leggere qualcosa di attendibile. E rispetto
alla questione hendrixiana qualche passo avanti lo si avvertirà solo nell'estate-autunno del 1979, nel pieno fervore del decennale. Forse con qualche coloritura di troppo, con alcuni passi un po' caricati: come nell'Espresso" numero 39, dove sotto il titolo "Requiescant in rock", si legge: "II 'sonno creativo' di Jimi Hendrix era ormai diventato proverbiale. Da tempo aveva intuito di essere schiavo di un meccanismo infernale, che gli succhiava ogni energia. Per difendersi non aveva trovato modo migliore che quello di negarsi al ruolo di 'eroe della musica pop' che gli era stato cucito addosso. 'La gente ha cominciato a prenderci per veri, ad abusare di noi: come i fiocchi d'avena per colazione,
aveva dichiarato in una delle sue ultime interviste. 'E' la schiavitù della musica pop, ecco cos'è. Sono stanco del modo di comportarsi dei fans, che s'aspettano che tu lavori come vogliono loro, solo perché ti hanno comprato una casa e una macchina..."

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