giovedì 26 giugno 2008

Jimi Hendrix suonò in Italia nel maggio del 1968.





Jimi Hendrix suonò in Italia nel maggio del 1968.
Per i pochi appassionati che assistettero a quei concerti fu un momento epico, forse irripetibile.
In Italia non vi era ancora la tradizione dei « concerti » (fra l'altro il termine anglosassone concert, tradotto letteralmente, è entrato nell'uso molto più tardi), anche se a Roma, Milano e in qualche altra città avevano già suonato i Beatles, i Rolling Stones, gli Who, gli Small Faces, Pink Floyd, Stevie Wonder, Spencer Davis, che è come dire i più grossi nomi della musica giovane degli anni Sessanta. I fans però erano impreparati, poco competenti: scarsi i locali, quasi assenti le riviste specializzate e le trasmissioni radiotelevisive, al punto che quando questi grandi del pop capitavano in Italia, come miglior spazio promozionale gli si offriva ancora il Festival di Sanremo. E molti infatti, come gli Yardbirds o gli Hollies, ci andarono. Hendrix venne in Italia come rapida tappa di un tour europeo, in un anno che si sarebbe rivelato rivoluzionario ma musicalmente ancora canzonettistico e alquanto arretrato.

Passata la sfuriata beat, i ragazzi italiani si informarono sul rhythm and blues e seppero qualcosa
anche sul Flower Power, il movimento hippy pacifista e non violento di cui più si parlava a San Francisco, a Londra e ad Amsterdam. Però quell'uomo bello che giocava a fare il brutto, di cui i più
informati avevano visto una foto o ascoltato Hey Joe, li spiazzò tutti.
Dell'organizzazione dei concerti si occupò il « Titan », celebre locale romano che aveva raccolto l'eredità del « Piper ».
Il management del « Titan », quando doveva ospitare un gruppo importante, non disponendo di uno spazio adeguato decentrava i concerti al Teatro Brancaccio, sul cui palcoscenico passava di tutto, dal musical allo spogliarello.
Al Teatro Brancaccio di Roma, che comunque qualche anno dopo avrebbe registrato il primo autentico boom dei concerti pop nella capitale, l'Experience suonò per quattro volte, due spettacoli al giorno, il 24 e il 25 maggio.

A dire la verità Hendrix aveva suonato a Milano due giorni prima, al « Paip's » “Piper’s”, con duemila persone dentro e mille fuori che cercavano di entrare. Ma era stata un'altra cosa. Il nervosismo, la diffidenza della dogana, spesso molto pignola quando si trova alle prese con i bagagli dei complessi pop, aveva provocato un notevole ritardo nell'arrivo degli strumenti. Risultato: un paio d'ore di attesa che certo non aiutarono la buona riuscita del concerto.

A Roma, invece, si respirava un'aria più magica, psichedelica, come si diceva allora.
Hendrix era giunto in Italia preceduto dalla fama di brutto e di seduttore di ragazzine, con il consueto seguito di stampa scandalistica. Ma una volta sul palco, a luci spente, il giudizio del pubblico mutò rapidamente. Il concerto, presentato da Eddie Ponti, prevedeva un'introduzione di Pier Franco Colonna, i Triad e il balletto di Franco Estill, che pure aveva nella sua formazione giovani che poi si sarebbero fatti un nome, venne scarsamente seguito. Ormai l'interesse era tutto per l'Experience.

Quel concerto fu stupendo. Dopo aver eseguito Hey Joe, Burning of thè Midnight Lamp, Fire e Foxy Lady, non solo si era rotto il ghiaccio ma si era creata un'atmosfera indescrivibile, per l'Italia del tutto inedita. Quel magnetismo animale, quel potere ipnotico non poteva non lasciare affascinati, conquistati. Anche l'Experience ebbe la sua notevole parte di successo, soprattutto Noel Redding, che i soliti giornalisti scandalistici avevano inizialmente scambiato per la fidanzata di Jimi.

« Le mamme indicano la sua fotografìa ai bambini che non vogliono mangiare la carne », « Lo chiamano The horror e hanno ragione... », aveva scritto qualche giornale alla vigilia del suo arrivo, domandandosi in ultima analisi che tipo poteva essere un ragazzo così. Scoprirono che era completamente diverso da quello che sembrava: timido, gentile, edu-
cato, sempre disposto a scambiare due parole con chiunque.

Durante la prima giornata romana Jimi non si sentì molto a suo agio. A Gigi Movilia, direttore dell’ unico periodico musicale per giovani che si pubblicava allora, confidò: « Da quando sono in Europa incontro una persona su cento che mi permetta di parlare di quello che mi piace. Tutti mi
chiedono quanti anni ho, se è vero che ho sangue pellerossa nelle vene, quante donne ho avuto, se
sono sposato, se ho la Rolls Royce e sciocchezze di questo genere, ignorando che la gente che mi segue vuole avere ben altro. Vuole essere provocata per sentirsi scatenare dentro qualcosa di concreto che si chiama rivolta, battaglia, contestazione... ».
Ma evidentemente i tempi non erano maturi. La critica rock in Italia ancora non esisteva e coloro
che seguivano i concerti di Hendrix erano in massima parte giornalisti sportivi o di cronaca, spesso
anche abbastanza in là con l'età, totalmente fuori dal mondo giovanile.
Del resto per rendersi conto in che stato si trovò a suonare l'Experience in quel maggio 1968 basta dare un'occhiata ai titoli dei giornali, quotidiani e settimanali, specchio fedele, più degli stessi articoli, di una realtà provinciale e disinformata. Eccone alcuni.

« Un mostro che piace » (« II Radiocorriere » 8giugno 1968);

« Orrore al Brancaccio » (« II Giornale di Sicilia »8 giugno 1968);

« Suona la chitarra con i denti e il pubblico si entusiasma » (« II Momento Sera »), 25 maggio 1968);

« Orrore per pochi intimi » (« II Giornale d'Italia », 25 maggio 1968);

« II diavolo (nero) in corpo » (« Men », 7 giugno1968);

« Con dieci milioni Hendrix torna a casa » (« L'Europeo », 7 giugno 1968);

« Le ragazze impazziscono per il brutto con la permanente » (« Sogno », 23 giugno 1968).

Ma per fortuna non furono tutti negativi i contatti italiani del chitarrista. A Roma legò molto con alcuni musicisti che ruotavano intorno al « Piper » e al « Titan », fra i quali i Noise e i Folks, con i quali suonò in jam session a notte fonda.
Al « Titan » avevano predisposto tutto per la jam. Erano affluiti i musicisti romani, quasi tutto il « giro » musicale capitolino, e l'Experience si prestò a quell' atmosfera di festa. I Folks misero a disposizione gli strumenti, Hendrix prese il basso e Noel Redding la chitarra; e così suonarono per un paio d'ore, alle prese con vecchi classici del rhythm and blues e con nuovi pezzi del loro repertorio non ancora incisi. Quando Noel Redding e Mitch Mitchell preferirono passare tra le braccia delle ragazze che erano rimaste incollate al palco con la bocca aperta, Jimi continuò per un po' da solo e poi coinvolse i ragazzi, i musicisti dilettanti, inizialmente terrorizzati ma poi felicissimi di suonare con il loro idolo in quelle condizioni ideali.

La pratica delle jam session, fondamentale nel jazz e nella sua storia, non ha mai avuto una grossa
diffusione nel rock, soprattutto fra i musicisti in tournée in Italia. Fra le centinaia e centinaia di musicisti rock che avrebbero suonato nelle nostre città negli anni successivi non si registrò mai alcuna jam, segno che il business, ormai padrone dell'ambiente, aveva già fatto le prime vittime. Al contrario Hendrix, che fra i musicisti della sua gene razione fu il più grande, ne favorì alcune indimenticabili. Come quella del « Titan », quando suonò con i giovani e sconosciuti musicisti romani.
Eddie Ponti, che lo presentò durante i concerti romani, ne traccia un ritratto inedito e curioso.

Prima dello spettacolo Jimi gli chiese di essere presentato come Jimi Hendrix Experience; ci teneva.
Gli chiese anche di far liberare il palco: stavano per fare la prima comparsa in Italia i suoi giganteschi amplificatori. Ricorda Ponti: « Erano i primi amplificatori di quella mole che vedevamo e stavamo lì tutti a bocca aperta a guardarli, senza nemmeno immaginare che dopo un paio d'anni anche i nostri complessi dilettanti li avrebbero avuti. Figuratevi che appena attaccammo l'amplificazione saltarono tutte le valvole del Brancaccio per il troppo assorbimento. Nervosismo, impazienza del pubblico Jimi che diceva di non poter suonare... Una bolgia. Finalmente riuscimmo ad arrangiare qualcosa spegnendo tutte le luci del teatro, anche nei gabinetti e riservando tutto il carico possibile all'impianto dal quale però dovemmo per forza togliere uno degli amplificatori, malgrado le proteste di Hendrix ».

I concerti romani furono stupendi, riuscitissimi sia sul piano musicale sia su quello spettacolare.

Verso la fine della seconda esibizione gli si scordò la chitarra, o gli saltarono le corde e lui buttò per terra lo strumento schiacciandolo con un furore sincero e niente affatto calcolato. Il tecnico gliene procurò un'altra per continuare. Alla fine del concerto, nei camerini, la chitarra sfondata finì nelle mani di Eddie Ponti, al quale Hendrix decise di regalarla, per simpatia e per la riuscitissima presentazione.

« Ho ancora quella chitarra », dice Eddie, « me l’ hanno chiesta in tanti ma non ho mai voluto separarmene ».

Partita l'Experience, l'Italia pop ricadde nel consueto grigiore. Nemmeno i suoi dischi. Are you Experienced?, Axis: Bold as Love e i vari 45 giri ebbero un grosso successo commerciale: non apparvero mai nelle classifiche di vendita e per ascoltarli ci si doveva sintonizzare su « Bandiera gialla », « Per voi giovani » o sui primi programmi in lingua italiana di Radio Montecarlo.

un'estratto da:
"JIMI HENDRIX" di DARIO SALVATORI
Lato Side editore
1980
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