domenica 24 agosto 2008

JIMI HENDRIX and JANIS JOPLIN








23 agosto 1968
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Il Singer Bowl, nel quartiere di Queens, New York, un tempo sede dell'Esposizione Mondiale. Jimi Hendrix e Janis Joplin s'incontrano negli angusti camerini. Fra
loro un quarto di Jack Daniels, che si dividono in mezzo al trambusto e alla fretta.

Festeggiano tra loro.
È così raro potersi incontrare e parlare. Gustano whiskey vecchio di dodici anni.

Non avevano fatto piani. Era successo semplicemente. I Chambers Brothers erano appena andati in scena, dopo Janis sarebbe stato il turno di Jimi. Attraverso i muri arrivavano i
rumori della folla, mugolii, urla e infine applausi, luci accese sul primo grande accordo dei Chambers Brothers.

Dapprima Jimi sedette e l'ascoltò parlare. Aveva una straordinaria gamma di toni. Poteva sembrare un'insegnante texana, con diploma universitario, o una ragazzina matta e lasciva un minuto dopo. Più bevevano più la sua voce risuonava. Un sottotono, una strana intonazione da forte bevitore e contemporaneamente timbri acuti, che ricordavano quelli delle performances canore. Aveva una voce aspra, una voce rauca che avrebbe potuto cantare da basso. La divaricazione aumentava man mano che si avvicinava il momento di andare in scena. Sembrava che il suo parlare fosse un esercizio vocale (come anche il bere), un modo di unificare i suoi lati bianchi e neri.

Avevano incominciato a parlare del vecchio blues. Entrambi ammettevano solennemente quanto quella vecchia musica contribuisse alla loro ispirazione. Poi Jimi estrasse dalla tasca
il suo stage prop per quella sera, una bandiera della Confederazione grande come un fazzoletto, e ci si soffiò il naso. Janis scoppiò a ridere a squarciagola. La sua risata gli ricordò per un attimo Brian Jones. Una risata acuta, affannosa, con lacrime che le rigavano il volto. Si ruppe il ghiaccio. Parlarono con entusiasmo dei loro cantanti blues preferiti, canticchiando frammenti delle loro canzoni. Janis preferiva Bessie Smith mentre Jimi propendeva più per Elmore James, Robert Johnson e Muddy Waters.

Jimi suonò qualche blues, come faceva sempre prima di un concerto. Janis seguì le tracce della melodia, cantando dolcemente, ripetendo le frasi, accennando con il capo al ritmo. Erano caricati. Il quarto di Jack Danieis era terminato.

Poi un improvviso sfarfallìo di attività nel camerino, ed eccola in scena.




La sua voce lo lasciò stupefatto. Poteva percepire l'energia latente nei toni bassi, II suo sound era country del Texas mescolato a blues della Louisiana. L'energia e il volume del suo
canto erano paragonabili al volume poderoso e all'intensità della chitarra di Jimi. La sua voce era un lamento, una staffilata, che senza alcuno sforzo poteva passare a un tono di blues appassionato. Dava tutto di sé. Non era perfetta, precisa, ma il suo feeling superava tutto.

Poteva raggiungere i registri superiori e cantare oltre i suoi stessi limiti, come un suonatore di free-jazz superava la sua ancia per produrre scale stridenti. La potenza con cui cantava la portava fuori tono nei registri superiori e inferiori. A volte gridava contemporaneamente tre note, producendo strani accordi di puro freak. Ma poi sapeva ritornare a terra e parlare,
cantare con tale nuda sincerità da farsi amare.
Nel canto era una dea irresistibile. Salta sul palco e urla, spingendo il respiro attraverso se stessa alla velocità di un uragano. Nei registri medi appare una sua strana qualità: pare che non canti in inglese ma in un linguaggio senza tempo ne paese. I suoi gemiti sommessi formavano figure uniche che nessuno poteva prevedere. C'era qualcosa di spettrale in quel canto, eccitante e spaventoso contemporaneamente.

Il colossale sistema di amplificazione dello stadio di media grandezza era il medium perfetto per il suo sound. Si poteva sentire ogni nota dei suoi pianti magici, i gemiti gutturali, i glissando incredibili che oscillavano nel vento. Janis univa tutti e tutti ascoltavano, chiedendosi da dove venisse e arrendendosi totalmente al suo potere. Da qualche parte dentro di sé, al di là di sé Janis lo attingeva, lo spargeva e ne divideva la potenza.

Lei stessa era potenza.

Janis Joplin era ispirazione totale.

Jimi desiderava veramente suonare dopo la sua esibizione.

È il momento della Experience; Jimi mormora qualcosa a proposito di « lavoro difficile », per tutti i problemi di attrezzatura che aveva avuto al Fillmore East quando aveva suonato nella stessa serata di Sly, all'inizio dell'anno. Il pubblico non ascolta. Stanno impazzendo. I poliziotti girano tra il pubblico. Il palco gira su se stesso come una ragazza pigra.

Jimi inizia con Are you experienced?. Capisce quanto dovesse essere stato difficile per Janis fronteggiare migliaia di fans urlanti, senza poterli vedere, girando su di sé per tutto il tempo.



Vede Mike Jeffery e Gerry Stickells arrivare vicino all'angolo del palco. Le luci si accendono, rivelando due uomini che spingono un ragazzino giù dal palcoscenico. Oppone resistenza.
Lo portano ai giardini e lo lasciano lì. Le luci si attenuano.



Gli Experience continuano a suonare. Gerry Stickells spinge il ragazzo giù dai gradini perché blocca il passaggio.
Arriva un po liziotto e lo porta con sé. Una raffica di manganelli della polizia si abbatte sul giovane che protesta.
La folla risponde rabbiosamente. Qualche schermaglia inizia vicino al palco, si estende
tra il pubblico. Un uomo prende un lungo bastone da una delle barricate della polizia. Lo alza, mostrandolo ai poliziotti. La gente sente odore di tumulto. Dal pubblico ansioso si leva un
gigantesco sospiro. Alcuni vanno verso il palco, altri indietreggiano spaventati. Un gruppo di poliziotti spinge rapidamente il ragazzo verso l'entrata dei musicisti, la musica continua, la folla si risiede, in parte rassicurata.

Jimi termina l'esibizione caricando gli amplificatori come un guerriero, la chitarra è la sua lancia. Strofina la tastiera contro la copertura di feltro degli amplificatori, ottenendo un frenetico effetto bottleneck. Poi si accovaccia sulla Stratocaster bianca e la fa girare ancora e ancora sotto di sé, mentre continua a suonare.



Il New York Times del 24 Agosto 1968
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