venerdì 19 settembre 2008

The Jimi Hendrix Experience, Roma, 24/25 Maggio 1968

La mattina del 24 maggio Jimi e gli altri lasciarono l'Hotel Windsor di
Milano, raggiunsero l'aeroporto di Linate e volarono a Roma.

All'aeroporto trovarono ad attenderli un cineoperatore locale che fece loro delle riprese.
Con un paio di taxi si trasferirono poi tutti all'Hotel Fleming, in
piazzale Monteleone di Spoleto 20, a Tor di Quinto.
Vicki Redding ricorda:
"Nel foyer Jimi si mise a chiacchierare con una donna americana. Il marito andò a lamentarsi con i gestori dell'albergo: 'Qua c'è un negro che sta parlando con mia moglie!'...".

La Jimi Hendrix Experience aveva in programma due concerti al giorno per venerdì 24 e sabato 25 al Teatro Brancaccio, in via Merulana 244, a breve distanza dalla Stazione Termini. Gli organizzatori avevano
ingaggiato Eddie Ponticome presentatore di tutti e quattro i concerti. Pur non essendo proprio un fan di Hendrix, Eddie ricordò di essersi molto divertito quei due giorni:
Adesso è un Dio. Come Valentino, Dean e Tenco, Jimi ha avuto in sorte il morir giovane e quindi, di restare in eterno a simbolo di un'epoca e del suo costume, una leggenda. A me era francamente antipatico anche se la sua musica mi piaceva tanto,perché qualcuno, non ricordo più chi fosse l'imbecille, me lo aveva descritto come un integrato, uno sbruffone, un venditore di fumo. In verità la sua famosa prima foto-poster giunta in Italia non era certo fatta per farmi cambiare idea. Stava lì con quell'aria di negritudine a tutti i costi, i primi capelli a cupola, l'espressione strafottente e la faccia volutamente brutta. Questo, per me, era uno che cercava di farsi trainare dal carrozzone del black power; un atteggione. Il primo choc lo ebbi quando mi dissero che avrei dovuto presentare quattro spettacoli con lui e mi stavo ancora chiedendo come mi sarei comportato con un personaggio che mi stava tanto antipatico, io che litigo subito con tutti, quando me lo trovai di fronte nei camerini del Brancaccio a Roma ed ebbi il secondo choc, quello giusto, quello che dura ancora
dopo quattro anni. Per cominciare non era affatto come me lo immaginavo o come lo avevano, arbitrariamente, descritto; era un buon palmo più alto di me, il colore della pelle ricordava più il rame che la liquirizia, i capelli non li aveva acconciati da antropofago ma li portava lunghi a criniera, tirati cioè all'indietro, con una larga
mèche bianca sul lato destro. L'espressione non era truce! Dopo i primi convenevoli mi versò un whisky da una delle bottiglie di Pier Franco Colonna e, passandomi una mano sulla spalla, mi trasse in disparte. "Senti, fammi solo questa cortesia: quando ci presenti non fare l'errore che fanno tutti, anche in Inghilterra... Ricordati di dire: 'Jimi Hendrix Experience' e non 'Jimi Hendrix and the Experience' o 'Jimi Hendrix and his Experience'. Questo è un gruppo, una nuova esperienza musicale e non sono io che presenti bensì la nostra musica". Mentre parlava aveva arrotolato una sigaretta,l'aveva accesa e me l'aveva passata. Alla seconda e terza boccata mi disse: 'Potrei chiederti un altro favore, se posso...', 'Figuriamoci... certo', 'Bene allora! Ascolta: questo è il nostro debutto in Italia e senza aver fifa abbiamo però bisogno di concentrazione...'. Lo guardavo in faccia senza aver capito niente. 'Vorrei, se ti è possibile, che tu facessi sgomberare completamente il palcoscenico mentre suoniamo.
Vorrei che tu pregassi tutti - e qui ammiccò verso la torma di Marozzi & C. - di scendere in platea mentre ci esibiamo. Tanto poi ci vediamo stasera e si fa una session tutti assieme...'. Così dovetti portare la brutta notizia e litigare con trecento persone. Mentre li scaraventavano fuori, entravano i "mostri". Erano i primi amplificatori di quella mole che vedevamo e stavamo lì tutti a bocca aperta a
guardarli senza nemmeno immaginare che dopo un paio di anni i nostri complessi dilettanti li avrebbero avuti. Non eravamo ancora preparati a quel genere di cose nel '68 qui in Italia. Figuratevi che appena attaccammo l'amplificazione di Jimi Hendrix saltarono tutte le valvole del Brancaccio per il troppo assorbimento. Nervosismo, impazienza del pubblico, Jimi che diceva di non poter suonare... Una bolgia.
Finalmente riuscimmo ad arrangiare qualcosa spegnendo tutte le luci del teatro, anche dei gabinetti, e riservando tutto il carico possibile all'impianto dal quale però dovemmo per forza togliere uno degli amplificatori, malgrado le proteste di Hendrix.
Adesso i complessi italiani hanno sei o sette tecnici al seguito mentre Hendrix, ricordo bene, ne aveva uno solo e dava lui stesso una mano a sistemare le cose. Finalmente fu tutto a posto: dietro le quinte c'eravamo solo io, il tecnico, l'uomo del sipario e il pompiere di servizio; Jimi era pronto dietro il siparietto ed io uscii, emozionatissimo, a presentare. Ritornai fra le quinte mentre il boato degli applausi si confondeva con i primi pianti della sua chitarra e me ne stetti lì ad ascoltare quella forza della natura, disturbato solo dal pensiero che forse gli avevo fatto una presentazione sbagliata;
proprio come temeva lui. Intanto lui sul palco, piantato sulle immense gambe fasciate di broccato policromo, ci incantava tutti come un Orfeo, come un pifferaio di Hamelin.
Adesso molti mi chiedono se veramente suonava la chitarra con i denti o no, come se poi fosse una cosa così importante. Ma, tanto per la storia, dirò che sì, la chitarra la suonava "anche" con i denti ma si aiutava con le mani con cui la teneva in alto. Era un effetto teatrale e lui lo sapeva bene da quel grosso showman che era. Verso la fine
dell'esibizione la chitarra gli si scordò, o gli saltarono le corde, e lui la buttò per terra schiacciandola con un furore sincero e niente affatto teatrale. Il tecnico gliene rimediò un'altra e la fiaba continuò. Mi svegliai, con lui che usciva dal palco in un tuono di
applausi sudato, stanco e sorridente. "Grazie, la presentazione andava benissimo". Fu la prima cosa che mi disse. "Sono io, siamo noi che dobbiamo ringraziarti Jimi, è stato stupendo" "Veramente?" "Sì, veramente." Mi abbracciò tutto felice.
"Cosa ti è successo alla chitarra?" gli chiesi. "Niente, non funzionava più... " e siccome vide che la guardavo con pena, poverina, tutta sfondata là per terra, mi chiese: "La vuoi?". Facemmo altri tre spettacoli assieme, non so quante session e diventammo amici. Ci siamo sentiti e rivisti altre volte e poi il triste resto lo sapete. Ho ancora quella chitarra, me l'hanno chiesta in tanti ma non ho mai voluto darla via.
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