domenica 26 ottobre 2008

Un giorno di maggio

Nell’ anno in cui Jimi Hendrix venne a Roma a suonare al teatro Brancaccio, io ero un ragazzetto di circa 15 anni appassionato di musica come mio cugino, con il quale passavamo interi pomeriggi a consumare i dischi a furia di ascoltarli.
Io frequentavo il primo anno dell’ Istituto Statale d’Arte di Roma e con alcuni compagni avevamo formato un complesso dove suonavamo tutte le canzoni dell’epoca e facemmo anche qualche serata in alcuni locali romani.
Mio cugino mi fece ascoltare il 45 giri di Jimi “Hey Joe” e rimasi completamente stregato da il modo con cui questo musicista suonava la chitarra.

Premetto che ero già, assiduo ascoltatore di altri chitarristi importanti nel panorama rock / blues dell’epoca. Però lui cambiò tutto il mio modo di suonare e ascoltare la musica.
Venimmo a conoscenza tramite i giornali musicali che Jimi avrebbe fatto una serie di concerti in Italia e decidemmo di andare al concerto serale della seconda giornata (25 maggio 1968).
Arrivammo al teatro carichi di entusiasmo per vedere il nuovo fenomeno (mostro) della chitarra e vedemmo che c'era già molta gente che aspettava di entrare con il biglietto in mano.
L’ambiente era variegato: musicisti romani del genere, appassionati di musica, gente di varia estrazione sociale.
Vidi il palco e mi spaventai alla vista di questi enormi amplificatori Marshall che non avevo mai visto fino ad allora.
Mi sembra di ricordare che prima del concerto ci fu un corpo di ballo che fece un piccolo spettacolo di apertura (non ricordo bene).
Eddy Ponti si avvicinò al microfono e semplicemente ma con molta enfasi disse:

The Jimi Hendrix Experience



Jimi salì sul palco vestito con una camicia rosa/fucsia , con un paio di pantaloni di broccato scuri (marroni o grigio). Medaglione al collo e la sua fedele Fender Stratocaster bianca con manico nero e durante il concerto suonò alcuni dei suoi pezzi più famosi, “Hey Joe”,”Fire”,”Red House”,”Foxy Lady” e tanti altri che ora a distanza di quaranta anni onestamente non ricordo.
Fù un concerto travolgente e vedemmo fare delle cose sul palco mai viste : amplificatori strapazzati , chitarre sbattute sulle aste dei microfoni, fischi ed effetti sonori mai sentiti, chitarra suonata con i denti ma la cosa che mi sconvolse erano le sue movenze sul palco come se trasmettesse al pubblico la sensazione che stesse effettuando un amplesso con la chitarra.



Dal punto di vista tecnico era eccezionale e grande era anche la sua conoscenza e padronanza nell’uso degli effetti.
Dopo il concerto avemmo la fortuna di riuscire a vedere Jimi e ad avvicinarlo, insieme a tanta altra gente desiderosa di conoscerlo.
Ottenni anche un autografo sia da lui che da tutti i componenti del gruppo ma la cosa che mi colpì maggiormente fu quando un ragazzo gli chiese l’autografo e Jimi restituendo il foglietto disse “Tank you” e questo perché un fan gli aveva chiesto l’autografo.
Fui sorpreso, ci dimostrò la grande umiltà ed umanità di questo artista che fuori dal palco era una persona sensibile e molto gentile, mentre quando saliva sul palco si trasformava nel più grande di tutti i musicisti, un mostro dello strumento.
Tutto questo mi lasciò un grande senso di amore nei confronti della musica, perché Jimi dal palco mi aveva trasmesso tutto quello che un’artista può dare e trasmettere attraverso la sua musica.
Dopo Jimi i concerti che si susseguirono non furono più di quel livello ed io talmente preso dalla sua musica riuscì a farmi comprare, una Fender Stratocaster dai miei genitori (spesa non indifferente per l’epoca) e continuai a volare tra la musica… cosa che faccio tuttora.

Mario Valentini (Roma)
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