lunedì 24 novembre 2008

Jimi Hendrix Tribute Night a Pisa


Il giorno

26 novembre 2008 ,

inizio ore 22:30,

si terrà presso il

Borderline club di Pisa

un concerto evento dedicato al grande chitarrista americano Jimi Hendrix

che avrebbe festeggiato il 27 novembre il 66 compleanno.

Jimi Hendrix Tribute Night
con

Uli Jon Roth
-
Richie Kotzen
-
Rigo Righetti e Robby Pellati

venerdì 21 novembre 2008

Electric Ladyland

A quarant'anni dall'uscita di Electric Ladyland ho trovato questo eccellente documentario con sottotitoli in italiano.

Uscito nel 1968, "ELECTRIC LADYLAND" rappresenta una svolta nella fiorente carriera di Jimi Hendrix e ancora oggi è una pietra miliare della storia della musica rock. L'album contiene alcune registrazioni di Hendrix più famose: "Crosstown Traffic", "Voodoo Chile" e una cover di "All Along the Watchtower" di Bob Dylan. Il documentario riporta anche alcune interviste e testimonianze di personaggi che hanno contribuito: il produttore Eddie Kramer, Noel Redding, Mitch Mitchell, Steve Winwood e Chas Chandler.



fonte: http://www.yalp.alice.it/

giovedì 20 novembre 2008

Suspicious



Suspicious è un'accattivante e rara traccia strumentale accreditata a Jimi Hendrix prima che raggiungesse la fama nel 1967.

"Suspicious" è stata pubblicata su varie compilation a partire dai primi anni settanta, ricordo in particolar modo, gli LP "Rare Hendrix", "Free Spirit", "In the Beginning", "Jimi Hendrix - Cosmic Tournaround" ...

In alcune compilation lo stesso brano appare con il titolo: "Hot Trigger", così che la stessa canzone ha due diversi titoli a seconda della casa discografica.

Il bello però è, che a quanto pare, in questa canzone e in altre, sempre pubblicate sulle stesse compilation, non c'è alcun coinvolgimento da parte di Jimi Hendrix.

Al di là di essere una bella canzone con un groove psichedelico, tipico della metà degli anni sessanta, il nostro beniamino non ha niente a che vedere con essa e con altre canzoni di quegli LP.

La verità è che chi ha composto ed eseguito queste canzoni è un tal chitarrista americano di nome Hermon Hitson, il quale non ha nemmeno mai incontrato Jimi Hendrix.



Hitson racconta:

Negli anni '60 vivevo a New York e lì registrai un album per il produttore newyorkese Johnny Brantley, con il quale lavoravo ai tempi.
Il titolo dell'album era "Free Spirit" e una volta registrato, per motivi a me sconosciuti, lo mise da parte.

Il titolo originale di "Suspicious" è "Hot Trigger", Jimi Hendrix, confermo, non ha niente ha che vedere con queste registrazioni...



I musicisti che parteciparono alle session sono:

Hermon Hitson Chitarra
Lee Moses Tastiera
Alonzo "Yogie" Taylor Basso
Eddie Maxey Batteria

Solo in "Hot Trigger" c'era un altro batterista che si chiamava appunto "Trigger".
Evidentemente, dopo la morte di Hendrix,Brantley tirò fuori i nastri con le session di "Free Spirit" e li vendette come registrazioni di un acerbo Jimi Hendrix...E io che non sono un appassionato del genere non ne ho saputo nulla per anni.

Ecco un'altro brano dalle stesse compilation "Louisville"



Un successo degli anni '60 di Hermon Hitson



Hermon Hitson oggi

martedì 18 novembre 2008

In memoria di Mitch Mitchell

27 Novembre 2008
Stazione Birra, via Placanica 172, Roma

in memoria di Mitch Mitchell (1946/2008)
a Kind of Blues
presenta


La terza edizione dell'Hendrix Festival, ospitata dentro A KIND OF BLUES, è dedicata alla memoria di Mitch Mitchell, batterista del Jimi Hendrix Experience, scomparso il 12 novembre 2008 a Portland. Con lui finisce la storia dell'Experience (dopo la scomparsa di hendrix nel 1970 e del bassista Noel Redidng nel 2003) ed inizia la leggenda...

lunedì 17 novembre 2008

Tribute to Jimi Hendrix (Naima, Forlì)

Nel 66° anniversario della nascita di Jimi Hendrix e a pochi giorni dalla scomparsa di Mitch Mitchell, ultimo membro degli Experience, in Italia e nel mondo i fans si preparano a celebrare l'evento con varie manifestazioni.


Al Naima Club di Forlì,

che compie quest’anno(2008) 25 anni.

Venerdì 28 novembre

ci sarà il

TRIBUTE TO JIMI HENDRIX


Con:

ULI JON ROTH ( Scorpion),

RICHIE KOTZEN ( Poison-Mr Big),

RIGO RIGHETTI e ROBBY PELLATI ( Ligabue).


Ingresso € 20


23 maggio 1968 Milano

Questa testimonianza di Fabio Treves è tratta dal libro, Jimi Hendrix, Multiplo Edizioni,
di Enzo Gentile che ringrazio di cuore.


FABIO TREVES
Sono nato anch'io il 27 novembre, solo qualche anno dopo Jimi Hendrix: una data importante, perché in quel giorno, sotto il segno del Sagittario, ci si ritrovano anche Woody Allen, Bruce
Lee, Toulouse Lautrec, insomma una bella compagnia.

Ma il più grande di tutti era lui, James Marshall, forse il miglior chitarrista della storia del rock.
L'amore per Jimi, per quanto mi riguarda, è datato giugno 1967 : da circa un mese era uscito Are You Experienced e io mi trovavo a Londra, in un alberghetto di Crystal Palace. Ai primi di luglio
mi capitò finalmente di sentire un suo concerto, controllavo i giornali e le locandine e l'appuntamento era al Marquee Club, il tempio della musica rock, in Waldon Street.
L'impressione fu immediatamente straordinaria. Io mi ero allenato già con l'album e anche sintonizzandomi sulle radio inglesi, che bombardavano soprattutto due pezzi, Thè WindCries Mary, e Purple Haze che erano usciti solo 45 giri.
In quell'occasione, tra l'altro, trovai Noel Redding che avevo già visto alla guida di un proprio gruppo, come supporter di George Fame in un piccolo locale, da Toft's: e Noel, tra l'altro, scoprii
che era nativo di Folkestone, la cittadina dove ero solito andare per le vacanze-scuola estive. Ma davanti a Hendrix, che risultò subito un vero portento, tutti erano destinati a scomparire.
Nel disco le note erano scarse e quindi si partiva con una fortissima curiosità: chitarristi bravi ne giravano, da Clapton a Peter Green, ma uno che garantisse quella mole di effetti nessuno se
lo poteva aspettare. Anche perché insieme a suoni inattesi circolava una musica molto avanti, molto potente, sul palco del Marquee. La passione per Hendrix venne alimentata in seguito
e anzi contribuii a diffondere il mito in Italia, portando le prime copie di quel disco e riuscendo a procurarmi gli altri appena venivano pubblicati sul mercato inglese.
Non posso dire che ci fosse fermento già in quei primissimi mesi di attività, intomo a Hendrix: non era uno da primi posti in classifica, eppure dalla struttura dei pezzi, dalla forza, dalla messa a fuoco del materiale, sia su disco, sia dal vivo, i più capivano che Jimi non sarebbe stata una meteora. Non poteva essere un bluff.
Oltretutto suonare in trio non è affatto facile e in mancanza della tecnologia, con i soli volumi dell'amplificazione, il wah wah e i riverberi, quello che combinava Hendrix aveva dell'incredibile.

La formula era classica, amplificatori Marshall e chitarra bianca Stratocaster e molti di noi, musicisti in erba, si innamorarono subito di quei marchi. Da parte mia tentai di seguirlo anche dal vivo, ma non si avevano notizie precise, le informazioni sul rock erano scarse o nulle: si sapeva di alcuni concerti in Olanda e in nord Europa, ma mai niente di chiaro che consentisse di mettersi in viaggio. Poi, un bei giorno, all'improvviso, la notizia che sarebbe comparso in Italia. Da noi non era affatto un nome, una superstar: qui il rock arrivava di striscio, mentre imperavano sempre i Gianni Morandi, Caterina Caselli, il Festival di Sanremo e per i gruppi lo spazio risultava ancora limitato.
Per salutare'la venuta di Jimi, sui muri di Milano furono affissi dei manifesti a cura della Polydor, con il testone ricciuto di Hendrix, abbastanza clamoroso per un'epoca in cui non si usava quel tipo di promozione.E io insieme ad altri mi ritrovai di sera a staccare con il taglierine quei poster preziosi: il segno che non ero solo. Hendrix era stato annunciato al Piper di viale Alemagna, un luogo ideale, perché l'acustica soddisfacente, la possibilità di vedere il proprio beniamino da vicino, avrebbero permesso di gustarsi lo spettacolo. Come si usava a quei tempi le repliche dovevano essere due, alle 16 e alle 21, ma nel pomeriggio di quella giornata di metà maggio Hendrix non suonò.
Si disse che gli strumenti erano stati bloccati alla dogana e anche che problemi di droga avevano impedito l'arrivo dei musicisti. Al Piper eravamo alcune centinaia quando l'organizzatore Leo
Wachter annunciò l'annullamento del primo show: più che proteste si diffuse una certa tristezza, perché molti dei presenti erano giovanissimi e per quella sera non avrebbero avuto il permesso dei genitori di trattenersi fuori casa.
A resistere fu un manipolo di irriducibili fedelissimi, disposti a tutto, anche ad attendere nel rischio di restare delusi.
Alla fine passarono davanti a noi i musicisti, l'attesa era stata premiata: il clima era molto disteso, alcuni di noi si fecero intorno a Hendrix e gli altri.
Qualcuno ebbe l'autografo, un altro ricevette consigli per la sua chitarra, uno un plettro, un altro ancora si mise in posa con Jimi, per una foto-ricordo.
Non esisteva, insomma, il distacco di tipo divistico che adesso è diventata la regola delle rockstar e questo ci mise nelle condizioni migliori per gustare la serata.
La sorpresa più impressionante fu comunque vederlo accanto a noi: nel mio delirio di fan estremo credevo che Jimi fosse un colosso, un macigno grande e grosso con una forza straordinaria.
Tutta immaginazione, perché non c'erano video, ne film a disposizione. Invece era una persona normale e anche la capigliatura classica che ricordavo da Londra si era molto ridimensionata, senza quella cotonatura che gli aveva gonfiato la chioma nelle fotografìe ufficiali. Il palco veniva allestito davanti ai nostri occhi, batteria Ludwig per Mitch Mitchell e una parete di otto amplificatori Marshall da cento watt ciascuno per distribuire il suono di Hendrix, il quale con sé aveva una valigetta piena di pedaliere e strani aggeggi indecifrabili. Comunque niente di speciale,
nessun gigantismo e aria di grandeur: una strumentazione ridicola se si pensa alle tonnellate che stanno su di un palco oggi.

E l'immortalità di Hendrix va proprio misurata in virtù della musica espressa con i pochissimi mezzi tecnici di quegli anni.
Più che entusiasmo, bisogna dire che tutti noi si restò ammutoliti alla constatazione che Jimi e gli Experience suonavano proprio come nei dischi e che le registrazioni non venivano effettuate con l'ausilio di sovraincisioni, di rallentamenti, di varie diavolerie, ma lavorando ad alto livello, proprio come se fossero dal vivo. La matrice più chiara era quella blues e Red House a tutt'oggi è una delle tracce più sanguigne e stravolgenti di un animo blues. Jimi suonò molto sciolto e a Milano sicuramente si mostrò in forma migliore che non a Roma e soprattutto di come lo avrei visto un paio di anni più tardi all'isola di Wight: dove purtroppo non si esibì l'Hendrix roboante, impulsivo, creativo dei momenti migliori, destando in tutti gravi perplessità.
A Milano fu un enorme successo, alla fine; ovazioni nella notte, con solo quelle centinaia di testimoni che avevano resistito per tante ore. E come succede nelle migliori tradizioni, i giornali
scrissero poco o nulla, attaccandosi a particolari mondani o di cronaca pettegola. Quel concerto si tramandò, insomma, nel passaparola, quasi come una favola popolare: e chi c'era, sicuramente, se ne ricorda bene ancora adesso.
Gli hendrixiani da quel giorno si moltipllcarono. Jimi sul palco era un turbine spaventoso, che esprimeva energia, sesso, stregoneria e gli effetti sonori parevano figli del cinema, della fantascienza più che della musica, con l'uso che faceva della leva per la distorsione, addirittura esagerato, accecante.
Io mi trovavo vicinissimo, in una postazione ideale e rabbrividivo a vedere i trucchi minimi di quel demonio: nessuno si spiegava, per esempio, un certo tipo di suono e scoprii che veniva dal
battito dei polpastrelli in determinati punti del manico della Fender, che ovviamente al volume spropositato che Hendrix imponeva sembrava un rombo infernale, come in una sequenza
di Apocalypse now.


Prima di Wight lo inseguii ancora: per rintracciarlo ad Amsterdam, a fine 1969, in un capannone dismesso vicino al porto.
Ecco, quella volta mi provocò diversi dubbi il suo show: gran parte della scaletta era data dai pezzi contenuti in Electric Ladyland che invece pareva il tipico disco da studio: e infatti tranne qualche pezzo, senza sax, senza tastiere, senza cori, l'impalcatura faticava a reggere il confronto con l'album, un affresco eccezionale. Ma la verifica che doveva rivelarsi definitiva decisi di farla nel festival dell'isola di Wight: una spedizione in grande stile cui parteciparono molti del giro musicale milanese, al punto che in loco ritrovammo anche i vari Camerini, Finardi, eccetera.
Naturalmente mi infilai vicino al palco e fu come un presentimento quando lo vidi arrivare con Billy Cox e Mitch Mitchell:
era il 30 agosto 1970, notte fonda, poco prima dell'alba. A quel momento le condizioni di tutti erano precarie, prossime allo sfinimento assoluto, visto che in tré giorni c'era stata musica senza
interruzioni e avevano suonato davvero tutti i migliori artisti e gruppi immaginabili.
Solo in quella giornata erano transitati sul palco i Chicago, i Jethro Tuli, David Bromberg, Miles Davis, Joni Mitchell, i Taste, Emerson, Lake and Palmer, Ten Years After, Who e quasi
eravamo esausti, intorpiditi, sazi. Ma l'attesa per Hendrix non mancava e tra tutti, quando attaccò con le prime note, corse un brivido collettivo. Abbastanza rapidamente però fui assalito da una certa tristezza: il suono non era più lucido e fulminante, si notavano problemi di assieme, di acustica, come se i tre viaggiassero con il freno a mano tirato, e in direzioni diverse. Quasi un
concerto che si trascinava senza una direttrice chiara da sviluppare.
La delusione fu scottante, soprattutto per me che avevo visto Hendrix a "Top of the pop" presentare Purple Haze nella prima uscita televisiva, che provavo a sintonizzarmi su Radio Luxembourg per sapere le ultime notizie, che avevo nitidi i passaggi e la progressione della sua carriera. Per me che andai apposta in Inghilterra a comprare l'originale Electric Ladyland, con la copertina censurata.
Ne parlammo nel nostro viaggio di ritorno, come amanti traditi, o quasi: ma nonostante tutto, oggi come allora, Hendrix resta in cima, sopra a tutti.
Garantito, da uno che un po' di musica ne ha masticata.


venerdì 14 novembre 2008

Musica Divina The Jimi Hendrix Experience di nuovo riunita

Musica Divina
La Jimi Hendrix Experience
di nuovo riunita



Milano
22 Novembre 2008
Ore 15,00 P.zza S. Marco
Quartiere Brera

Installazione del maestro Alex Schiavi
(hendrixiano fin dalla prima ora)
dedicata alla
Jimi Hendrix Experience.

A pochi giorni dalla triste dipartita di Mitch Mitchell
e
in prossimità delle celebrazioni
per
la nascita di Jimi Hendrix
(27 Novembre 1942)



Tutto il giardinetto dedicato a Piero Manzoni
sarà tappezzato da poster della
Jimi Hendrix Experience
che chiunque potrà poi portarsi via di ricordo

manifestazione gratuita aperta a tutti

non è previsto rinfresco

Somewhere over the rainbow

Somewhere over the rainbow, now they are still together...
Peace











mercoledì 12 novembre 2008

E' morto Mitch Mitchell

Mitch Mitchell, considerato da molti il più vicino collaboratore del leggendario chitarrista di Seattle è stato trovato morto questa mattina (ora locale) nella sua stanza d'hotel a Portland.
Mitchell aveva 62 anni e ha collaborato con Hendrix, fin dal 1966 data di formazione degli Experience.
Insieme a Jimi ha partecipato ai maggiori concerti da Monterey a Woodstock, Atlanta fino al Festival di Wight.
Mitch è stato trovato morto nella sua camera al Benson Hotel di Portland alle 3 di questa mattina (ora locale), al momento sembrerebbe che la sua morte sia dovuta a cause naturali, così dice il rapporto del medico legale.

Il sergente Brian Schmautz, della polizia di Portland , dice di essere stato chiamato da un inserviente dell'albergo che aveva trovato il corpo di Mitch, ulteriori esami per determinare le esatte cause di morte verranno effettuati nel pomeriggio ma fin d'ora pare trattarsi di una morte per cause naturali

Mitch Mitchell aveva appena finito tour sulla West Coast.
con billy Cox e gli Experience Hendrix Tour, l'ultimo concerto l'aveva tenuto il 7 novembre al Arlene Schnitzer Concert Hall. si stava riposando qualche giorno prima di rientrare in Inghilterra.

http://www.billboard.com/bbcom/news/article_display.jsp?vnu_content_id=1003890522

http://seattletimes.nwsource.com/html/localnews/2008383077_webdrummer12m.html

http://www.oregonlive.com/news/index.ssf/2008/11/jimi_hendrixs_drummer_mitch_mi.html

http://www.chicagotribune.com/news/nationworld/sns-ap-obit-mitch-mitchell,0,6386203.story








Jimi, vento leggero di libertà a colori

Jimi, vento leggero di libertà a colori



(Articolo di Walter Veltroni apparso su "Paese Sera " del 18 settembre 1980 in occasione del decennale della morte di Jimi, qui riprodotto dal libro Jimi Hendrix di Enzo Gentile, Multiplo Edizioni, Milano 1989).

Ho fatto il '68 in stato di semincoscienza. Avevo 13 anni, non capivo bene, ma intuivo dove dovevo andare, da che parte dovevo stare. A dirmelo c'erano certo le prime faticose letture (la scuola italiana è scuola di classe due volte...) o il fascino, autonomo, delle assemblee e delle
manifestazioni, o gli elementi di razionale rivolta (il Vietnam, il Che), ma a spingermi in piazza, a farmi sentire nel "movimento" erano anche cose più semplici, o più difficili, come il cinema, come la musica. Cose come Jimi Hendrix. Jimi Hendrix era nero, come neri erano i ragazzi mandati a morire in Vietnam, come nere erano le mani guantate e strette in pugno di Carlos, Smith, Evans, come neri erano Malcom X e Luther King, George Jackson e Angela Davis. Hendrix, nero, gliela cantava come Ali sul ring gliele suonava, con decisione, con violenza, con rabbia. Non è un caso che gli anni del maggior successo di Hendrix sono gli stessi della rottura in Italia, negli Usa, nel
mondo, degli orizzonti politici e culturali che irretivano i giovani nascondendo, dietro i lustrini e le luci splendenti del ballo Excelsior del capitalismo, l'immagine reale, le condizioni di emarginazione, di sfruttamento, di diseguaglianza. Gli avvenimenti "coincidono" storicamente, non possono essere spiegati esclusivamente l'uno con l'altro. È certo però che la possibilità, a partire dai Beatles, da Dylan, dalla Baez, di far viaggiare con la potenza e la forza di penetrazione del linguaggio della musica, idee, stimoli, suggestioni culturali nuovi e diversi
ha favorito la rottura dell'ancien regime. Ed Hendrix introduce in quella fessura aperta sin dalla prima metà degli anni Sessanta elementi di nuova "diversità", che vanno oltre il colore della sua pelle.
Hendrix scopre la possibilità di far esprimere un linguaggio omogeneo al suo corpo ed al suo strumento, la Fender Stratocaster, confondendo i ruoli, mischiando le carte. Usando distorsori e pedali wha-wha, fa parlare, con dolcezza e violenza, la sua chitarra, introduce, con la mimica, la musica, le parole, un erotismo intenso e disperato; scopre, in definitiva, nel gelido mezzo elettronico, la possibilità di evocare mondi, colori, immagini. Pochi giorni prima di morire Hendrix disse in una intervista: "II modo in cui scrivo è uno scontro tra la realtà e la fantasia. Devi usare la fantasia per presentare i diversi aspetti della realtà"; con la fantasia, quella che viveva nelle note della sua musica, si superava la critica del reale, si immaginavano mondi diversi, mondi nei quali come diceva Hendrix a chi gli domandava: "Cosa ti piacerebbe che cambiasse nel mondo?" - ci fosse "più colore nelle strade". Quei colori, quella fantasia Hendrix aveva introdotto nel suo personaggio, nei suoi vestiti, nelle copertine dei suoi dischi. La sua musica era un alternarsi di violenza e dolcezza, di potenza distruttrice e di carica utopica. Così, almeno, allora ci sembrava, quando "Per Voi Giovani" trasmetteva Foxy lady, quando leggevamo che a Monterey al termine di un concerto memorabile, aveva distrutto e bruciato la chitarra, quando scoprivamo che suonava con i denti, come aveva fatto, sbalordendo, ad una trasmissione Top ofthe Pops della TV inglese. Ciò che più delle suggestioni psichedeliche avvertivamo come importante, come nuova, era proprio la "pars destruens" della musica di Hendrix, quella utilizzazione "pura" della musica pop che ce la faceva sentire quasi come una colonna sonora del processo di frantumazione dei vecchi equilibri che sentivamo di stare vivendo. Nella sua musica non c'erano "messaggi", ne certezze ideologiche, anzi Hendrix avvertiva la presenza di troppe canzoni impegnate: "La musica è diventata troppo pesante e quasi insopportabile. Quando le cose diventano troppo pesanti, chiamatemi Elio, che è il più leggero gas conosciuto".
C'era però una grande speranza di libertà. Della sua morte, no, non ricordo molto. Quella "sintonia" tra noi - ma forse non eravamo già più "noi" - e Jimi Hendrix si era affievolita e la sua ultima musica divorata da contraddizioni e lacerazioni con le case discografiche, da contrasti con i suoi gruppi "Thè Experience" e "Band of Gypsys", dominata dalla subalternità alla droga, accentuerà gli elementi di angosciata solitudine. Il disco dal vivo del concerto dell'isola di Wight lo testimonia.
Riascoltarlo ora, dieci anni dopo la sua morte, serve a capire meglio, ad amare di più la breve, intensa stagione di Jimi Hendrix.

sabato 8 novembre 2008

11 Settembre 1970, l'ultima intervista di Jimi Hendrix

Cumberland Hotel, London

Subito dopo la sua esibizione al festival dell'isola di Wight, e poche settimane prima della sua scomparsa. Hendrix rilasciò la seguente intervista a Keith Altham, al Cumberland Hotel di Londra. Si tratta di uno dei suoi ultimi interventi pubblici, e in questa occasione Hendrix cercava di spiegare i cambiamenti che si erano verifìcatì nel corso della sua carriera, accennava brevemente ai suoi progetti per il futuro, e aggiungeva qualche cauta indicazione che apriva uno spiraglio circa la comprensione del suo processo evolutivo.

Quali sono le ragioni che spiegano questo "nuovo Jimi Hendrìx", più pacato?

«Veramente non lo so. È vero però che ci sono stati molti cambiamenti e ci scommetto che tutti ne parleranno. Per un po' la situazione rimarrà piuttosto calma. Ho fatto qualche concerto, sì, ma in pratica me ne sono rimasto in disparte. In questo momento tutta la mia impostazione musicale è in fase di evoluzione e mi sto interessando a una musica molto più complessa.
Con tre musicisti, come eravamo noi, la situazione stava diventando insopportabile e io volevo allargare i miei orizzonti per proseguire il cammino da quel punto di partenza. Ma ricominciare con un gruppo composto da tre elementi, trovarmi un altro bassista per rifare la solita musica assordante - questo no!»

Ti preoccupa il fatto che questo nuovo approccio, in chiave più "moderata ", ti possa far perdere una parte del fascino che ti circonda?


«Poco o tanto, tutti devono affrontare delle trasformazioni, prima o poi. Si vedono in giro tanti nuovi gruppi - i Mountain, i Cactus e altri ancora - e subito si nota che un giorno i capelli si
allungano, oppure si sono messi al collo più ornamenti del solito... lo invece ho cambiato perché mi sono reso conto che stavo esagerando, sotto certi aspetti. Stavo calcando troppo il lato spettacolare per farmi ascoltare, e non so nemmeno se ho ottenuto quel risultato oppure no. Dopo un po' mi sono accorto che tante cose non andavano per il verso giusto, allora anch'io ho cominciato a sentirmi giù, ed è per questo che mi sono tagliato i capelli e gli anelli sono scomparsi, uno a uno. Ah, ah! No, non era un trucco pubblicitario fin dall'inizio, lo spettacolo l'avevo ideato io stesso, lo dicevo: "Forse stasera faccio a pezzi una chitarra". E gli altri: "Si, dai!". E io: "Veramente, credete che sia proprio il caso?". E loro: "Si, è un'idea brillante!". E cosi mi arrabbiavo al punto tale che riuscivo a farlo. Non ci pensavo molto, non lo ritenevo un trucco pubblicitario, per me era un divertimento e basta. Non sapevo neppure se si trattasse di rabbia
finché non mi hanno detto che tutta quella distruzione significava proprio lo sfogo di una violenza intcriore. Forse ognuno dovrebbe avere a disposizione una stanza dove ci si possa liberare
dalle nostre inibizioni. La mìa stanza era il palcoscenico!»

Che cosa ne pensi della tua esibizione al festival dell'isola di Wight? Sei soddisfatto dei risultati?

«In quell'occasione c'è stata un po' di confusione, e proprio non direi che con quel concerto ho messo le basi della mia carriera futura. Tranne quando ho suonato God Save the Queen, allora mi sono sentito veramente contento di essere là a suonare. È difficile dire esattamente quello che farò ora. Mi piacerebbe avere un gruppo piccolo e uno grande, e forse partire in tournée con uno di loro. Stiamo cercando di lanciare una nuova tournée in Inghilterra ma abbiamo bisogno di un altro bassista.
Billy Cox se n'è andato. Sento che forse potrei ricominciare le mie esibizioni scatenate. È difficile sapere con certezza quello che vuole la gente intorno a me di tanto in tanto, ma per il momento non sento niente di ben definito, perché in varie fasi della mia carriera ho già sentito questa incertezza. E così credo che me ne resterò in disparte a pensarci su».

Credi di essere stato giustamente apprezzato come compositore? Oppure credi che la tua immagine così com'è stata definita abbia costituito un ostacolo?

«Probabilmente è meglio così, perché sto ancora cercando di aggiustare e definire le mie composizioni. Quello che scrivo corrisponde alla mia maniera di sentire, tutto qui. In realtà non ci
lavoro sopra molto a lungo per dare alle composizioni una forma più elegante, le mie opere sono allo stato brado, per cosi dire. E le parole mi sembrano così scialbe che nessuno può veramente capirle e immedesimarsi nel loro spirito. Quando suoniamo, con tutte quelle giravolte e quei colpi di scena, il pubblico vede solo quello che vedono gli occhi, e delle orecchie se ne dimentica. Sto cercando di realizzare troppe cose in una volta sola, ma fa parte della mia natura: sono fatto cosi. Detesto essere messo in un angolino, detesto che mi si definisca esclusivamente come chitarrista, oppure compositore, o solo ballerino...».

A cosa vuoi interessare il pubblico, oltre che alla tua musica? Ci sono allusioni morali o politiche nelle tue composizioni?

«lo vorrei semplicemente che la gente si liberasse la mente da tutte le preoccupazioni; oggigiorno ci sono fin troppe canzoni impegnate. La musica è diventata troppo coinvolta in altre questioni. è insopportabile... E allora, quando la vita si fa troppo diffìcile, io sono l'elio, uno dei gas più leggeri che si conoscano...»

Credevi che la musica pop avrebbe cambiato il mondo, oppure che la musica stessa rispecchiasse il mondo così com'era?

«È un riflesso. Il riflesso, secondo me, è come il blues. Ma c'è anche quest'altro tipo di musica che si sta facendo strada e non è necessariamente una musica allegra e spensierata, è qualcosa
di meno impegnato, meno ideologico, eppure più carico di contenuto, di significato umano. Non è necessario cantare sempre dell'amore per essere in grado di offrire l'amore».

Cosa ti piacerebbe veder cambiare nel mondo così come oggi?

«Oh, non saprei. Le strade forse, hanno bisogno di più colore. E poi tutto quello che succede dovrebbe venire a galla, per poter essere visto e apprezzato da tutti - che si tratti di una
nuova idea. di una nuova invenzione, di un nuovo modo di pensare... dovrebbe uscire all'aperto. Non bisogna continuare a trascinarsi dietro le vecchie imposizioni. Per essere diverso, uno
deve fare il matto. E quelli che fanno i matti sono pieni di pregiudizi: per poter parlare con loro, bisogna parlare in un certo modo. Invece, per stare con gli altri, uno deve portare i capelli
corti e mettersi la cravatta. Noi stiamo cercando di realizzare un'altra dimensione del mondo... ma secondo me uno deve cambiare se stesso per diventare un esempio vivente di quello
che sta cantando. Per cambiare il mondo devi mettere in ordine le tue idee prima di ogni altra cosa».

La tua è musica arrabbiata, si scaglia contro la società?

«No, non è musica arrabbiata, ma se dipendesse da me non esisterebbe una società come quella che conosciamo noi. La mia musica è un certo tipo di blues, canto il blues di oggi».

Hai delle tue precise convinzioni politiche?

«Non proprio. Ero pronto a lanciarmi nella mischia, ma oggi ognuno di noi attraversa periodi di questo genere. Per me tutto sfocia nella musica. Una delle nostre canzoni si chiama Straight Aheade dice: "Potere alla gente, libertà agli animi, trasmettetelo a tutti, vecchi e giovani, che ce ne importa degli eroi, grandi e piccoli, questa è la voce che dilaga ovunque"».

Si dice che tu abbia inventato la musica psichedelica...

«Ah, ah... lo scienziato pazzo! Ho riascoltato Are You Experienced? e ho avuto l'impressione che dovevo essere stato sotto l'effetto di qualcosa per poter cantare roba simile. Quando ho
sentito il disco mi sono detto: "Accidenti, chissà dove avevo la testa quando ho detto tutte queste cose?". Non mi pare proprio che sia quella l'invenzione della musica psichedelica, io stavo solo esprimendo gli interrogativi che sentivo dentro di me. Nel mio modo di comporre le canzoni queste domande prendono la forma di un conflitto tra la realtà e la fantasia, lo uso la fantasia
per mettere in luce i diversi aspetti della realtà».


Quali incisioni degli Experience sono rimaste nel cassetto e quali si vedranno in circolazione prossimamente?

«Abbiamo un paio di brani, uno intitolato Horizon e l'altro Astral Man, che parlano di vivere in pace con se stessi e via di seguito. Questi sono pezzi psichedelici? Non so che cosa voglia dire quella parola, veramente. Vuoi dire forse che si dice una cosa ma se ne intende un'altra? Oppure che si possono ottenere tre significati diversi dalla stessa cosa? Non è quello che si dice?».

Non è invece un termine che ha qualcosa a che vedere con l'Lsd?

«Strettamente collegato all'Lsd? Quel tipo di consapevolezza provocata dagli allucinogeni? Si, senz'altro. Però bisogna dare al pubblico lo spunto per sognare, in modo che quando riascoltano quella musica potranno sognare di nuovo. I sogni nascono da stati d'animo mutevoli».

Credi di aver guadagnato abbastanza denaro per vivere agiatamente, senza dover più lavorare?

«Ne dubito. Perché io voglio svegliarmi la mattina e scivolare giù dal letto in una piscina e nuotare fino al tavolo della colazione, risalire per un po' e forse prendere una spremuta d'arancia,
poi tuffarmi di nuovo in piscina e nuotare fino al bagno per farmi la barba. No, non voglio vivere nel lusso. Questo è lusso? Allora forse me ne andrò a vivere sotto una tenda, in montagna,
vicino a un ruscello».

Questa la registrazione integrale in 4 parti dell'intervista, le foto sullo slide sono di Monika Danemann e sono le ultime foto di Jimi







mercoledì 5 novembre 2008

Are You Experienced?

Are You Experienced?

Registrata: 3 Aprile1967
Studio: Olympic Studios
Tecnico: Eddie Kramer
Produttore: Chas Chandler

Jimi Hendrix: chitarra, piano, voce
Noel Redding: basso
Mitch Mitchell: batteria


«Fantasia è la cosa fondamentale, la nostra musica non può essere etichettata. Forma libera è il modo migliore per definirla. Espressione creativa senza costrizioni o inibizioni». Le parole di Jimi illustrano benissimo, in sintesi, il contenuto del brano destinato a divenire la title track (e a decretare la chiusura, il limite estremo) del suo storico album d'esordio.

La versione dei Devo



Assieme a Third Stone From The Sun, i quattro minuti di Are You Experienced? rappresentano l'aspetto più sperimentale della musica del primo Hendrix. Il respiro dei piatti e il crepitio della chitarra lasciano spazio a una cadenza marziale, sostenuta dall'ossessivo rullante di Mitch e da una insistente nota di piano, ripetuta all'infinito da Jimi. Se riesci a malapena a mettere insieme la tua mente, cerca di venire verso di me. Ci terremo le mani, poi guarderemo il sole che nasce dal profondo del mare. Ma prima hai fatto esperienze? Hai mai fatto esperienze? Be', io sì... Nel brano Hendrix e Kramer fanno ampio uso di nastri con tutti gli strumenti riprodotti al contrario, generando uno spiazzante, coinvolgente e fascinoso rituale asimmetrico.

Da "Jimi Hendrix Experience, musica, storie, testimonianze" di Giancarlo Nanni.

La versione dei Los Lobos



Tornato agli Olympic, il gruppo fece progressi significativi verso il completamento dell'album d'esordio. Furono registrate una manciata di nuove canzoni e aggiunte sovraincisioni ad alcuni
master incompleti. Are You Experienced?, la canzone mozzafiato che avrebbe intitolato l'imminente album di debutto dell'Experience, venne costruita dall'inizio alla fine durante questa seduta. Rammenta Eddie Kramer: "Per prima fu registrata con una normale procedura la struttura-base della canzone, con la chitarra ritmica di Jimi, la batteria di Mitch e il basso di Noel". La particolare introduzione del brano, dice Kramer, venne dalla propensione di Jimi per la scoperta di nuove sonorità:
"Jimi si era esercitato sul riff a casa, perciò sapeva come sarebbe diventato riproducendo il nastro al contrario; agli Olympic sperimentammo con i suoni e i posizionamenti per vedere cosa avrebbe funzionato meglio".

Randy Hansen



Ore passate a studiare in privato avevano aiutato Hendrix a padroneggiare questa difficile tecnica sul suo registratore a bobine personale. Affascinato dai suoni, Jimi spesso ascoltava nastri riprodotti al contrario proprio per esaminare le possibilità offerte da questa tecnica. L'attrazione di Jimi nei confronti dei nastri suonati al contrario provocò qualche contrasto con Mitch Mitchell,
che sudò non poco per riprodurre a richiesta quei suoni singolari. Chandler:
"Mitch aveva iniziato ad arrabbiarsi, perché Jimi voleva che suonasse tutti i diversi ritmi che avevamo scoperto riproducendo a casa i nastri al contrario.
Ci divertivamo ad ascoltare il ritmo, cioè la batteria ascoltata al contrario. Il problema era che Jimi voleva far suonare a Mitch quel ritmo".

Eric Johnson



Con la struttura-base che occupava tre delle quattro piste disponibili, la quarta fu dedicata a una traccia ritmica con chitarra, basso e percussioni al contrario. Venne prima registrata normalmente, poi il nastro fu rovesciato e riprodotto al contrario su un secondo apparecchio mentre un'altra macchina registrava il risultato sull'ultima pista libera.

Patti Smith



Venne effettuato un premixaggio da un quattro piste a un altro per ridurre le quattro piste originali a due e creare così due piste libere dove sistemare la voce solista di Jimi e le parti di chitarra aggiuntive. Nonostante queste sperimentazioni, l'approccio del gruppo verso Are You Experienced? fu conciso in quanto Chandler incoraggiava la creatività di Hendrix entro i confini che egli stesso aveva delineato.
Kramer:
"Fu possibile finché la mano ferma di Chas sovrastò tutto il processo creativo.
La seduta fu molto ben organizzata". Oltre all'effetto ipnotico creato dalle parti di chitarra riprodotte al contrario, Jimi abbellì ulteriormente il master finale con una sovraincisione di pianoforte. Kramer: "Quello che suona le ottave sul meraviglioso, vecchio piano verticale stonato dell'Olympic è proprio Jimi; il pianoforte, che ricorda i rintoc chi di una campana, fu una componente essenziale della base ritmica".

Da "La grande storia di Jimi Hendrix" (John Mc Dermott, Billy Cox, Eddie Kramer)

L'assolo di Are you experienced? nella versione originale (al contrario) e nella versione "reversed" (registrazione non al contrario)

sabato 1 novembre 2008

Roma, 27 novembre 2008 - 3° Hendrix Festival



Se Jimi Hendrix fosse ancora tra noi, il prossimo 27 Novembre avrebbe compiuto 66 anni.
A Roma l'evento viene celebrato alla Stazione della Birra con il Jimi Hendrix Festival che quest'anno giunge alla terza edizione.

L'idea dell'Hendrix Festival è di Guido Bellachioma, direttore artistico del noto locale romano e "appassionato hendrixiano in diretta", come ama definirsi, in quanto fans del grande Jimi fin dalla prima ora.
"il giorno che è morto Jimi indossavo una maglietta bianca con la sua testa in nero e, non mi vergognerei neanche oggi, figurati avevo 15 anni, ho pianto perché Hendrix era il mio artista preferito e ancora oggi rimane profondamente nel mio cuore."

La manifestazione giunge quest'anno alla sua terza edizione e si caratterizza per la presenza di nomi noti del panorama musicale internazionale, che rendono un tributo al grande chitarrista.

Questi i nomi presenti nelle passate edizioni:

1° Hendrix Festival: 26-11/2004

Uli Jon Roth (ex Scorpions e testimonial del festival)
Davy O'List (ex Roxy Music, Nice, Jethro Tull, Pink Floyd, suonò con Hendrix durante il tour inglese del 1967)
Elio Volpini (ex Etna, Flea on the Honey, Uovo di Colombo)
Fabio Cerrone (Virtual Dream, Tony Martin dei Black Sabbath)
Jamie Dolce

2° Hendrix Festival: 27/28-11-2007

Uli Jon Roth
Vinnie Moore (ex Vicious Rumours, Alice Cooper Band, oggi negli UFO)
TM Stevens Band (Miles Davis, John McLaughlin, Joe Cocker) - registrata in video, andrà in onda prossimamente su Indie (RomaUno, Ch 31 in chiaro su Roma, Ch 860 Sky)

Uli Jon Roth, TM Stevens Band



TM Stevens Band, Vinnie Moore



La terza edizione di quest'anno vedrà sul palco tre straordinari chitarristi come il tedesco Uli Jon Roth, vero Hendrix "biondo", l'americano Richie Kotzen e l'italiano Roberto Ciotti. In quest'occasione verrano suonati tutti i classici hendrixiani nel giorno del suo 66° compleanno.

3° Hendrix Festival: 27-11-2008

ULI JON ROTH (ex Scorpions)
RICHIE KOTZEN (ex Poison, MR Big e Vertu di Stanley Clarke)
ROBERTO CIOTTI
REMO RIGHETTI e ROBY PELLATI (sezione ritmica Ligabue)


RICHIE KOTZEN