lunedì 17 novembre 2008

23 maggio 1968 Milano

Questa testimonianza di Fabio Treves è tratta dal libro, Jimi Hendrix, Multiplo Edizioni,
di Enzo Gentile che ringrazio di cuore.


FABIO TREVES
Sono nato anch'io il 27 novembre, solo qualche anno dopo Jimi Hendrix: una data importante, perché in quel giorno, sotto il segno del Sagittario, ci si ritrovano anche Woody Allen, Bruce
Lee, Toulouse Lautrec, insomma una bella compagnia.

Ma il più grande di tutti era lui, James Marshall, forse il miglior chitarrista della storia del rock.
L'amore per Jimi, per quanto mi riguarda, è datato giugno 1967 : da circa un mese era uscito Are You Experienced e io mi trovavo a Londra, in un alberghetto di Crystal Palace. Ai primi di luglio
mi capitò finalmente di sentire un suo concerto, controllavo i giornali e le locandine e l'appuntamento era al Marquee Club, il tempio della musica rock, in Waldon Street.
L'impressione fu immediatamente straordinaria. Io mi ero allenato già con l'album e anche sintonizzandomi sulle radio inglesi, che bombardavano soprattutto due pezzi, Thè WindCries Mary, e Purple Haze che erano usciti solo 45 giri.
In quell'occasione, tra l'altro, trovai Noel Redding che avevo già visto alla guida di un proprio gruppo, come supporter di George Fame in un piccolo locale, da Toft's: e Noel, tra l'altro, scoprii
che era nativo di Folkestone, la cittadina dove ero solito andare per le vacanze-scuola estive. Ma davanti a Hendrix, che risultò subito un vero portento, tutti erano destinati a scomparire.
Nel disco le note erano scarse e quindi si partiva con una fortissima curiosità: chitarristi bravi ne giravano, da Clapton a Peter Green, ma uno che garantisse quella mole di effetti nessuno se
lo poteva aspettare. Anche perché insieme a suoni inattesi circolava una musica molto avanti, molto potente, sul palco del Marquee. La passione per Hendrix venne alimentata in seguito
e anzi contribuii a diffondere il mito in Italia, portando le prime copie di quel disco e riuscendo a procurarmi gli altri appena venivano pubblicati sul mercato inglese.
Non posso dire che ci fosse fermento già in quei primissimi mesi di attività, intomo a Hendrix: non era uno da primi posti in classifica, eppure dalla struttura dei pezzi, dalla forza, dalla messa a fuoco del materiale, sia su disco, sia dal vivo, i più capivano che Jimi non sarebbe stata una meteora. Non poteva essere un bluff.
Oltretutto suonare in trio non è affatto facile e in mancanza della tecnologia, con i soli volumi dell'amplificazione, il wah wah e i riverberi, quello che combinava Hendrix aveva dell'incredibile.

La formula era classica, amplificatori Marshall e chitarra bianca Stratocaster e molti di noi, musicisti in erba, si innamorarono subito di quei marchi. Da parte mia tentai di seguirlo anche dal vivo, ma non si avevano notizie precise, le informazioni sul rock erano scarse o nulle: si sapeva di alcuni concerti in Olanda e in nord Europa, ma mai niente di chiaro che consentisse di mettersi in viaggio. Poi, un bei giorno, all'improvviso, la notizia che sarebbe comparso in Italia. Da noi non era affatto un nome, una superstar: qui il rock arrivava di striscio, mentre imperavano sempre i Gianni Morandi, Caterina Caselli, il Festival di Sanremo e per i gruppi lo spazio risultava ancora limitato.
Per salutare'la venuta di Jimi, sui muri di Milano furono affissi dei manifesti a cura della Polydor, con il testone ricciuto di Hendrix, abbastanza clamoroso per un'epoca in cui non si usava quel tipo di promozione.E io insieme ad altri mi ritrovai di sera a staccare con il taglierine quei poster preziosi: il segno che non ero solo. Hendrix era stato annunciato al Piper di viale Alemagna, un luogo ideale, perché l'acustica soddisfacente, la possibilità di vedere il proprio beniamino da vicino, avrebbero permesso di gustarsi lo spettacolo. Come si usava a quei tempi le repliche dovevano essere due, alle 16 e alle 21, ma nel pomeriggio di quella giornata di metà maggio Hendrix non suonò.
Si disse che gli strumenti erano stati bloccati alla dogana e anche che problemi di droga avevano impedito l'arrivo dei musicisti. Al Piper eravamo alcune centinaia quando l'organizzatore Leo
Wachter annunciò l'annullamento del primo show: più che proteste si diffuse una certa tristezza, perché molti dei presenti erano giovanissimi e per quella sera non avrebbero avuto il permesso dei genitori di trattenersi fuori casa.
A resistere fu un manipolo di irriducibili fedelissimi, disposti a tutto, anche ad attendere nel rischio di restare delusi.
Alla fine passarono davanti a noi i musicisti, l'attesa era stata premiata: il clima era molto disteso, alcuni di noi si fecero intorno a Hendrix e gli altri.
Qualcuno ebbe l'autografo, un altro ricevette consigli per la sua chitarra, uno un plettro, un altro ancora si mise in posa con Jimi, per una foto-ricordo.
Non esisteva, insomma, il distacco di tipo divistico che adesso è diventata la regola delle rockstar e questo ci mise nelle condizioni migliori per gustare la serata.
La sorpresa più impressionante fu comunque vederlo accanto a noi: nel mio delirio di fan estremo credevo che Jimi fosse un colosso, un macigno grande e grosso con una forza straordinaria.
Tutta immaginazione, perché non c'erano video, ne film a disposizione. Invece era una persona normale e anche la capigliatura classica che ricordavo da Londra si era molto ridimensionata, senza quella cotonatura che gli aveva gonfiato la chioma nelle fotografìe ufficiali. Il palco veniva allestito davanti ai nostri occhi, batteria Ludwig per Mitch Mitchell e una parete di otto amplificatori Marshall da cento watt ciascuno per distribuire il suono di Hendrix, il quale con sé aveva una valigetta piena di pedaliere e strani aggeggi indecifrabili. Comunque niente di speciale,
nessun gigantismo e aria di grandeur: una strumentazione ridicola se si pensa alle tonnellate che stanno su di un palco oggi.

E l'immortalità di Hendrix va proprio misurata in virtù della musica espressa con i pochissimi mezzi tecnici di quegli anni.
Più che entusiasmo, bisogna dire che tutti noi si restò ammutoliti alla constatazione che Jimi e gli Experience suonavano proprio come nei dischi e che le registrazioni non venivano effettuate con l'ausilio di sovraincisioni, di rallentamenti, di varie diavolerie, ma lavorando ad alto livello, proprio come se fossero dal vivo. La matrice più chiara era quella blues e Red House a tutt'oggi è una delle tracce più sanguigne e stravolgenti di un animo blues. Jimi suonò molto sciolto e a Milano sicuramente si mostrò in forma migliore che non a Roma e soprattutto di come lo avrei visto un paio di anni più tardi all'isola di Wight: dove purtroppo non si esibì l'Hendrix roboante, impulsivo, creativo dei momenti migliori, destando in tutti gravi perplessità.
A Milano fu un enorme successo, alla fine; ovazioni nella notte, con solo quelle centinaia di testimoni che avevano resistito per tante ore. E come succede nelle migliori tradizioni, i giornali
scrissero poco o nulla, attaccandosi a particolari mondani o di cronaca pettegola. Quel concerto si tramandò, insomma, nel passaparola, quasi come una favola popolare: e chi c'era, sicuramente, se ne ricorda bene ancora adesso.
Gli hendrixiani da quel giorno si moltipllcarono. Jimi sul palco era un turbine spaventoso, che esprimeva energia, sesso, stregoneria e gli effetti sonori parevano figli del cinema, della fantascienza più che della musica, con l'uso che faceva della leva per la distorsione, addirittura esagerato, accecante.
Io mi trovavo vicinissimo, in una postazione ideale e rabbrividivo a vedere i trucchi minimi di quel demonio: nessuno si spiegava, per esempio, un certo tipo di suono e scoprii che veniva dal
battito dei polpastrelli in determinati punti del manico della Fender, che ovviamente al volume spropositato che Hendrix imponeva sembrava un rombo infernale, come in una sequenza
di Apocalypse now.


Prima di Wight lo inseguii ancora: per rintracciarlo ad Amsterdam, a fine 1969, in un capannone dismesso vicino al porto.
Ecco, quella volta mi provocò diversi dubbi il suo show: gran parte della scaletta era data dai pezzi contenuti in Electric Ladyland che invece pareva il tipico disco da studio: e infatti tranne qualche pezzo, senza sax, senza tastiere, senza cori, l'impalcatura faticava a reggere il confronto con l'album, un affresco eccezionale. Ma la verifica che doveva rivelarsi definitiva decisi di farla nel festival dell'isola di Wight: una spedizione in grande stile cui parteciparono molti del giro musicale milanese, al punto che in loco ritrovammo anche i vari Camerini, Finardi, eccetera.
Naturalmente mi infilai vicino al palco e fu come un presentimento quando lo vidi arrivare con Billy Cox e Mitch Mitchell:
era il 30 agosto 1970, notte fonda, poco prima dell'alba. A quel momento le condizioni di tutti erano precarie, prossime allo sfinimento assoluto, visto che in tré giorni c'era stata musica senza
interruzioni e avevano suonato davvero tutti i migliori artisti e gruppi immaginabili.
Solo in quella giornata erano transitati sul palco i Chicago, i Jethro Tuli, David Bromberg, Miles Davis, Joni Mitchell, i Taste, Emerson, Lake and Palmer, Ten Years After, Who e quasi
eravamo esausti, intorpiditi, sazi. Ma l'attesa per Hendrix non mancava e tra tutti, quando attaccò con le prime note, corse un brivido collettivo. Abbastanza rapidamente però fui assalito da una certa tristezza: il suono non era più lucido e fulminante, si notavano problemi di assieme, di acustica, come se i tre viaggiassero con il freno a mano tirato, e in direzioni diverse. Quasi un
concerto che si trascinava senza una direttrice chiara da sviluppare.
La delusione fu scottante, soprattutto per me che avevo visto Hendrix a "Top of the pop" presentare Purple Haze nella prima uscita televisiva, che provavo a sintonizzarmi su Radio Luxembourg per sapere le ultime notizie, che avevo nitidi i passaggi e la progressione della sua carriera. Per me che andai apposta in Inghilterra a comprare l'originale Electric Ladyland, con la copertina censurata.
Ne parlammo nel nostro viaggio di ritorno, come amanti traditi, o quasi: ma nonostante tutto, oggi come allora, Hendrix resta in cima, sopra a tutti.
Garantito, da uno che un po' di musica ne ha masticata.


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