mercoledì 12 novembre 2008

Jimi, vento leggero di libertà a colori

Jimi, vento leggero di libertà a colori



(Articolo di Walter Veltroni apparso su "Paese Sera " del 18 settembre 1980 in occasione del decennale della morte di Jimi, qui riprodotto dal libro Jimi Hendrix di Enzo Gentile, Multiplo Edizioni, Milano 1989).

Ho fatto il '68 in stato di semincoscienza. Avevo 13 anni, non capivo bene, ma intuivo dove dovevo andare, da che parte dovevo stare. A dirmelo c'erano certo le prime faticose letture (la scuola italiana è scuola di classe due volte...) o il fascino, autonomo, delle assemblee e delle
manifestazioni, o gli elementi di razionale rivolta (il Vietnam, il Che), ma a spingermi in piazza, a farmi sentire nel "movimento" erano anche cose più semplici, o più difficili, come il cinema, come la musica. Cose come Jimi Hendrix. Jimi Hendrix era nero, come neri erano i ragazzi mandati a morire in Vietnam, come nere erano le mani guantate e strette in pugno di Carlos, Smith, Evans, come neri erano Malcom X e Luther King, George Jackson e Angela Davis. Hendrix, nero, gliela cantava come Ali sul ring gliele suonava, con decisione, con violenza, con rabbia. Non è un caso che gli anni del maggior successo di Hendrix sono gli stessi della rottura in Italia, negli Usa, nel
mondo, degli orizzonti politici e culturali che irretivano i giovani nascondendo, dietro i lustrini e le luci splendenti del ballo Excelsior del capitalismo, l'immagine reale, le condizioni di emarginazione, di sfruttamento, di diseguaglianza. Gli avvenimenti "coincidono" storicamente, non possono essere spiegati esclusivamente l'uno con l'altro. È certo però che la possibilità, a partire dai Beatles, da Dylan, dalla Baez, di far viaggiare con la potenza e la forza di penetrazione del linguaggio della musica, idee, stimoli, suggestioni culturali nuovi e diversi
ha favorito la rottura dell'ancien regime. Ed Hendrix introduce in quella fessura aperta sin dalla prima metà degli anni Sessanta elementi di nuova "diversità", che vanno oltre il colore della sua pelle.
Hendrix scopre la possibilità di far esprimere un linguaggio omogeneo al suo corpo ed al suo strumento, la Fender Stratocaster, confondendo i ruoli, mischiando le carte. Usando distorsori e pedali wha-wha, fa parlare, con dolcezza e violenza, la sua chitarra, introduce, con la mimica, la musica, le parole, un erotismo intenso e disperato; scopre, in definitiva, nel gelido mezzo elettronico, la possibilità di evocare mondi, colori, immagini. Pochi giorni prima di morire Hendrix disse in una intervista: "II modo in cui scrivo è uno scontro tra la realtà e la fantasia. Devi usare la fantasia per presentare i diversi aspetti della realtà"; con la fantasia, quella che viveva nelle note della sua musica, si superava la critica del reale, si immaginavano mondi diversi, mondi nei quali come diceva Hendrix a chi gli domandava: "Cosa ti piacerebbe che cambiasse nel mondo?" - ci fosse "più colore nelle strade". Quei colori, quella fantasia Hendrix aveva introdotto nel suo personaggio, nei suoi vestiti, nelle copertine dei suoi dischi. La sua musica era un alternarsi di violenza e dolcezza, di potenza distruttrice e di carica utopica. Così, almeno, allora ci sembrava, quando "Per Voi Giovani" trasmetteva Foxy lady, quando leggevamo che a Monterey al termine di un concerto memorabile, aveva distrutto e bruciato la chitarra, quando scoprivamo che suonava con i denti, come aveva fatto, sbalordendo, ad una trasmissione Top ofthe Pops della TV inglese. Ciò che più delle suggestioni psichedeliche avvertivamo come importante, come nuova, era proprio la "pars destruens" della musica di Hendrix, quella utilizzazione "pura" della musica pop che ce la faceva sentire quasi come una colonna sonora del processo di frantumazione dei vecchi equilibri che sentivamo di stare vivendo. Nella sua musica non c'erano "messaggi", ne certezze ideologiche, anzi Hendrix avvertiva la presenza di troppe canzoni impegnate: "La musica è diventata troppo pesante e quasi insopportabile. Quando le cose diventano troppo pesanti, chiamatemi Elio, che è il più leggero gas conosciuto".
C'era però una grande speranza di libertà. Della sua morte, no, non ricordo molto. Quella "sintonia" tra noi - ma forse non eravamo già più "noi" - e Jimi Hendrix si era affievolita e la sua ultima musica divorata da contraddizioni e lacerazioni con le case discografiche, da contrasti con i suoi gruppi "Thè Experience" e "Band of Gypsys", dominata dalla subalternità alla droga, accentuerà gli elementi di angosciata solitudine. Il disco dal vivo del concerto dell'isola di Wight lo testimonia.
Riascoltarlo ora, dieci anni dopo la sua morte, serve a capire meglio, ad amare di più la breve, intensa stagione di Jimi Hendrix.

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