sabato 28 marzo 2009

Greenwich Village 1966 (Part 4)

Il 6 Agosto 1966 ad Atlantic City gli Animals terminano il loro tour d'addio e tornano a New York.

Chas Chandler:
Pernottai al Gorham Hotel dove condividevo una suite con Hilton Valentine (chitarrista degli Animals) e mi diedi subito da fare per cercare Jimmy James, e non fu affatto facile, in quanto pare non avesse una residenza fissa, si diceva che avesse una stanza in uno scalcinato albergo dalle parti di Broadway, ma il portiere disse che Jimmy non ci andava mai.
Così mi misi a cercarlo entrando ed uscendo da tutti i locali del Village, qualcuno mi disse che Jimmy stava combinando ancora qualcosa con John Hammond Jr, ero preoccupatissimo avevo paura che il padre, il signor Hammond, lo mettesse sotto contratto.
Imprecai all'idea di essermi lasciato sfuggire Jimmy. Mi ci volle quasi una settimana per riuscire a mettermi in contatto con lui, e solo quando lo incontrai e mi disse "Allora, quand'è che iniziamo davvero?" tirai un sospiro di sollievo.

Jimmy dal canto suo era abituato alle promesse non mantenute e non aveva veramente preso sul serio Chas a riguardo di tutti quei discorsi sull'Inghilterra. Rimase effettivamente sorpreso quando invece lo rivide e per di più ansioso di iniziare.

Il pomeriggio successivo Chas si recò al Cafè Au Go Go. Presentò Jimmy al manager degli Animals, nonchè futuro socio di Chandler, Michael Jeffery, un tizio di media altezza con i capelli castani e l'aspetto regolare da inglese, con occhi attenti sempre incorniciati dagli occhialetti sfìgati da uomo d'affari che non mancava mai di indossare.
Jeffery non aveva mai sentito suonare Jimmy James, ne gli chiese di farlo per lui quella volta. Era là semplicemente per studiare il look di quell'insolito personaggio di cui Chas aveva tessuto lodi sperticate.
Dopo pochissimi minuti sussurrò a Chas: "Potrebbe essere l'Elvis nero!".

Ellen McIlwaine, che si era trasferita a New York da Atlanta e che in seguito sarebbe diventata nota per la sua bravura alla slideguitar, in quel periodo suonava il piano e cantava al Cafe Au Go Go, dove incontrò Jimmy James.
Ellen ricorda le visite di Chas Chandler al Cafe Au Go Go:
Quando Jimmy iniziò a parlare con gli inglesi, ci presentò. Sentii Chandler che gli diceva: 'Vieni con me in Inghilterra, faremo questo e quello.
Jimmy voleva sapere se avrebbe potuto portare qualcuno dei Blue Flames con sé.
Chandler rispose: 'Non hai bisogno di loro. Ti metterò su io un gruppo a Londra. E il nome
Blue Flames deve scomparire. Abbiamo già dei Blue Flames in Inghilterra'".


Jimmy restò ad ascoltare Chandler e Jeffery fino in fondo.

Parlarono del suo vero nome e della possibilità di cambiarlo nel più affascinante J-i-m-i, che avrebbe attirato di più l'attenzione. Hendrix fece rapidamente cenno al contratto discografico che aveva firmato con Ed Chalpin quasi un anno prima, e anche all'accordo con la Sue Records. "Illegale" disse Jeffery. "Non eri rappresentato. Non preoccuparti, me ne occupo io."

Jimmy non firmò nulla con Chandler o Jeffery in quel periodo. Tuttavia, verso la metà di agosto - senza ancora avere mai visto Hendrix suonare la chitarra - Michael Jeffery aprì un conto a nome "Jimi Hendrix", occultato dallo scudo fiscale delle Bahama che all'inizio del 1966 aveva costituito con il nome di Yameta. A Hendrix ciò non fu riferito, ne gli fu fatta mettere la firma sul conto.

"A quell'epoca al Village" racconta Ellen Mcliwaine "si usava suonare insieme, c'era uno spirito cameratesco. Jimmy mi influenzò per come usava la sua chitarra, come se fosse una voce, e mi insegnò a riprodurre effetti sonori in tré semplici lezioni! Li faceva solo con la chitarra e un amplificatore.
Non gli serviva nessuno di quei trucchetti che divennero famosi in seguito. Adoravo stare a guardarlo.
Suonava con Johnny Hammond e ce la metteva tutta per spazzarlo letteralmente via dal palco! E poi voleva suonare ancora nei miei set, e io pensavo: 'Ehi, ma che scherzi? Vuoi che ti chieda di pugnalarmi alle spalle?'. Ma con me non lo faceva. E ripensandoci mi sono resa conto che John
era un tale amico da consentire a Jimmy di esprimersi. Era un atto di generosità".

Chas si divertiva a osservare il pubblico in molte delle esibizioni di Hendrix e Hammond; la risposta affettuosa ed eccitata rinforzava la profonda convinzione del novello manager riguardo al talento della sua futura star.
A prescindere da quanto tardi avesse fatto la sera prima, le giornate di Chas erano dedicate a costruirne il futuro.
Liquidò la Sue Records - bastarono 100 dollari - per assicurarsi che non avrebbe avuto nulla da pretendere sulle future registrazioni di Hendrix. Fu deliziato dal fatto che quella magra offerta venisse accettata così.
Gli fu più difficile districarsi a Seattle. Parlò parecchie volte con gli impiegati dell'anagrafe per procurarsi un atto di nascita di Jimmy; il cambio di nome operato da Al Hendrix complicava la faccenda.
Chas si affidò ad avvocati per accelerare al massimo l'emissione del primo passaporto
di Hendrix e lottò contro la resistenza di Jimmy nel sottoporsi al vaccino contro il vaiolo. Chas dovette letteralmente spingerlo nello studio del cortese dottor Meyerhoff, sulla Cinquantasettesima Ovest, dove Jimmy chiuse gli occhi e l'impresa venne finalmente compiuta.

Erano trascorsi più di quattro anni da quando Jimmy aveva lasciato Fort Campbell, sicuro che il suo talento musicale gli avrebbe aperto le porte dei circoli che contano. Non lo
aveva neppure sfiorato il pensiero di essersi ingenuamente predisposto alla delusione, al disincanto, alla povertà, a notti insonni e al doloroso sgomento di dovere regolarmente impegnare la sua chitarra per sopravvivere.

Continuava a cadere in ginocchio e a pregare Dio. Aveva pianto e lottato e si era risollevato un'altra volta, sempre in attesa del giorno - come aveva scritto il bluesman Wìllie Dixon -
in cui "the world wanna know what this all about".

Jimmy /Jimi era pronto.


Finalmente il 23 settembre 1966, con 40US$ in tasca, prestatigli da un amico musicista, la sua chitarra e un cambio di vestiti dentro la custodia, Jimi Hendrix decollò dal Kennedy Airport diretto a Londra.
La veduta di New York dall'aereo fu l'ultima vista dell'America per Jimi.
Per quasi un anno Hendrix sarebbe rimasto in Europa.

domenica 22 marzo 2009

Nuovo nastro di Hendrix


Un nastro dimenticato e inascoltato da molto tempo sarà battuto all'asta il prossimo 28 Aprile a Londra, presso il CEO Fame Bureau.
Le quotazioni potrebbero raggiungere la ragguardevole cifra di £100,000.

Il nastro fu regalato a Carl Niekirk da Hendrix stesso. Il signor Niekirk lavorava in uno studio fotografico situato al piano sotto l'appartamento di Brook Street dove abitava Jimi , central London. Siccome c'era solo un'entrata per l'appartamento e questa era in comune con il negozio, il signor Niekirk incrociava spesso Hendrix e i suoi amici – incluso George Harrison – .

"Era un costante viavai di gente e di feste" ricorda.

Una volta, Hendrix domandò al signor Niekirk se poteva prestargli del latte e dello zucchero. Quando questi glieli portò su nell'appartamento, Hendrix gli regalò il nastro.

Il signor Niekirk disse: "Solo perchè glielo chiesi, lui me lo diede. Più semplice di così..."

Il nastro poi passò alla sorella del signor Niekirk, che gestiva un pub a Epping Forest, e là ha languito per decenni dimenticato in un armadio.

Il nero nastro di poliestere racchiuso in una anonima scatola verde, macchiata di caffè non dava assolutamente l'idea di che tesoro musicale potesse racchiudere. Una volta suonato, il nastro era inconfondibilmente Jimi Hendrix.
Si tratta di 14 tracce in tutto, registrate nel 1968, alcune probabilmente durante la lavorazione del terzo album Electric Ladyland ma la maggior parte sono registrazioni private, in cui Jimi suona la chitarra e canta accompagnato solo da un armonicista.
Probabilmente si tratta delle registrazioni con Paul Caruso.

Alcuni estratti di queste registrazioni di Jimi con Paul nel suo appartamento newyorkese, in passato sono già apparsi su alcuni bootleg:
"Bright Lights Big City" , "Room Full Of Mirrors" (MCA 2000 box) e "Tears Of Rage" (excerpts on the "Happy Birthday Jimi" bootleg)

Il nastro al momento è di proprietà di Mark Sutherland e Paul Jackson, che gestiscono il Cafe Music Studios in east London. Acquistarono il nastro una decina di anni fa dalla sorella del signor Niekirk, e ora, finalmente dopo anni di battaglie legali con Experience Hendrix, i due finalmente possono mettere all'asta il nastro.

Fonte:
www.independent.co.uk

The Fame Bureau


venerdì 20 marzo 2009

Greenwich Village 1966 (Part 3)

We gotta get out of this place



Chas Chandler racconta:
La sera prima, con gli Animals suonammo in Central Park e dopo il concerto, qualcuno mi fece ascoltare una versione di "Hey Joe", che circolava in America già da nove mesi, questa era l'interpretazione suonata da Tim Rose.
Questa canzone mi prese così tanto che subito pensai "Appena torno in Inghilterra devo trovare un gruppo a cui far registrare questa versione".
Più tardi quella sera, andammo in un club chiamato "Ondine's", appena entrammo, si fece incontro Linda Keith e si fermò a parlare. Mi disse di questo ragazzo del Village, lo dovevo proprio andare a vedere. Sebbene non fosse ancora una cosa pubblica, però tra gli amici era circolata la voce che non appena gli Animals si fossero sciolti, io avrei iniziato la carriera di produttore. Linda mi suggeriva questo suo amico per iniziare la mia carriera, così presi accordi per incontrarci l'indomani.



Il giorno dopo andai giù al Village e vidi Jimmy James and the Blue Flames suonare al Café Wha? e fu così che la prima canzone che Hendrix suonò quel pomeriggio fosse proprio "Hey Joe", poi suonò la sua versione di "Like a rolling stone" che mi impressionò altrettanto. Conoscevo Bob Dylan e in genere mi piaceva quel che faceva, però "Like a rolling stone" era la prima delle sue canzoni che non mi piaceva molto. Forse era il modo in cui la cantava, non credo che riuscisse ad esprimere la canzone in maniera adeguata.
Quando Jimmy la cantò, lo fece con grande convinzione e allora le parole mi entrarono dentro.


Ricorda Bob Kulik che era con Chas al Café Wha?
Chandler era così gasato e agitato durante il concerto che si rovesciò un bicchiere di latte sulla manica.

Ricorda Ken Pine (chitarrista dei Ragamuffins):
Chas era così eccitato e continuava a darmi di gomito, cavoli mi stava facendo a pezzi, mi chiedevo se sarebbe sopravvisuto al concerto.


Chandler si presentò a Jimmy non appena finì il concerto.
Così racconta Chas:
Ci sedemmo e parlammo per circa un'ora.
Rimasi incredulo nel sentire che , a parte delle piccole etichette per cui aveva firmato come session-man, nessuno lo avesse ancora messo sotto contratto. Ricordo che Jimmy mi disse che questi accordi precedenti, si intendevano come garanzia per lavori di registrazioni di sessions di studio e non come reali contratti discografici.
Jimmy non aveva particolari riluttanze nel venire in Inghilterra, era solo un po' preoccupato circa la strumentazione che avevamo in Gran Bretagna e su com'erano i musicisti inglesi.
Una delle prime cose che mi chiese fu se conoscessi Eric Clapton e Jeff Beck.
Risposi che conoscevo benissimo Eric Clapton in quanto ci frequentavamo anche socialmente.
Così egli rispose " Se mi porterai con te in Inghilterra mi farai conoscere Eric Clapton?".
Dissi che quando Eric lo avrebbe sentito suonare sarebbe stato lui a voler conoscere Jimmy.
Allora Hendrix rispose " Bene, allora verrò con te".
Credo che fu così che lo convinsi a venire in Inghilterra.
Il gruppo di Jimmy, i Blue Flames, al contrario, non mi fecero alcuna impressione.
Erano solo una band di supporto che sembrava avessero cominciato ad accompagnare Jimmy solo da quella sera stessa.
Non mi interessava far registrare nessun altro della band. Il batterista era mediocre, Randy California, l'altro chitarrista, era un caro ragazzo, ma voleva solo suonare blues e non era solo quello che volevo far registrare a Jimmy Hendrix.
Hendrix chiese di portare anche Randy California. Gli spiegai che Randy aveva solo quindici anni e per prima cosa ci avrebbero arrestato.
Jimmy voleva sinceramente portare Randy in Inghilterra e per questo insistette ma io rimasi fermo nella mia posizione e gli dissi " Ma ragiona Jimmy, come cazzo faccio ad ottenere un visto per un ragazzino di quindici anni, magari senza il permesso dei genitori, scappato di casa?
Capisci che razza di implicazioni ci sarebbero in tutto questo? non ci arrivi?".
Gli dissi poi che avrei continuato il tour con gli Animals e quando finito, da lì a qualche settimana sarei tornato da lui.
Lo lasciai dicendogli " quando tornerò a New York, se sarai ancora della stessa opinione allora ti porterò in Inghilterra e cominceremo"





Jimi ricorda di quell'incontro:
"Cercai di non eccitarmi troppo ma pensavo ai successi discografici degli Animals, che mi piacevano, e mi stavo convincendo che questo davvero poteva essere un buon aggancio. Cercavo di rimanere distaccato, ma Chas continuava a ricoprirmi di complimenti, con quel suo accento pesante. Voglio dire, mi adulò fino a mettermi in
imbarazzo; era impazzito per la versione lenta di Hey Joe.
Sembrava anche che gli piacesse come cantavo Like a rolling stone. Non avevo mai parlato così a lungo con uno come lui, un inglese figo, appassionato di blues e così via. Mi disse che si sarebbe fatto vivo con me non appena avesse finito di lavorare con il suo gruppo. Non lo rividi per altre sei settimane."

sabato 14 marzo 2009

Greenwich Village 1966 (Part 2)

...Così John e Jimmy, provarono un pò di pezzi insieme e un paio di settimane dopo aprirono la serata come John Hammond & the Blue Flame al Blues Project del Café au Go Go. Si trattava del miglior club di Bleeker Street, il locale dove si facevano vedere i musicisti inglesi in visita a New York come i Beatles, i Rolling Stones e gli Animals .....

Il volto di Hendrix si illuminava quando parlava di Hammond.
"Suona e canta con una tale passione. Quando conobbi John Hammond Jr scoprii che non solo era bello ma che aveva mani e dita e un'anima fatta apposta per suonare il blues. È una delle persone più deliziose che abbia mai incontrato. John è un gentiluomo, e mi trattò come se anch'io lo fossi."

Durante questa serie di concerti, quell'estate, fra la crema dei chitarristi del Village, si iniziò a parlare di questo ragazzo di colore che suonava la Stratocaster rovesciata e che bisognava a tutti costi andare a vedere.
Si trattava del più completo, spettacolare e trascinante chitarrista blues che avessero mai visto fino ad allora.
In quel periodo, Jimi compose un suo brano, Stone Free, che riproporrà successivamente con gli Experience come lato B del suo primo singolo e sviluppò anche le sue versioni di due canzoni che in futuro gli avrebbero portato fortuna: Hey Joe, scritta da Billy Roberts e Wild Thing di Chip Taylor. Queste erano delle hit del momento interpretate rispettivamente da Tim Rose e dai Troggs.

Il chitarrista per eccellenza era all'epoca Mike Bloomfield, che si esibiva regolarmente con l'armonicista Paul Butterfield e che era stato chiamato addirittura da Bob Dylan per l'incisione di HIGHWAY 61 REVISITED.

"Pensavo di essere io il migliore."
Mike vide Jimmy per la prima volta quando questi suonava ancora al Café Wha?.
"Hendrix sapeva chi ero e quel giorno, sotto i miei occhi, mi bruciò vivo. Non presi neppure in mano la chitarra. Caddero bombe all'idrogeno, volarono missili telecomandati e non saprei dirvi quali altri suoni sia riuscito a tirare fuori da quello stru mento. Non lo sentii mai più rifare quello che aveva fatto quella sera in quel locale... Decisi che per un anno non avrei più preso in mano la chitarra."


Linda Keith conobbe Jimi qualche mese prima, quando ancora si esibiva al Cheetah con gli Squires di Curtis Knight.

Rimase subito affascinata dallo stile chitarristico e dalle movenze sceniche di Jimi.
Linda Keith conosceva la musica ed era convinta che il destino di Jimmy - così gli disse - fosse quello di diventare una grande star.
Tesseva le sue lodi senza sosta a qualsiasi musicista inglese conoscesse: "Devi vedere Jimmy: è favoloso!".


Lei ai tempi era la fidanzata di Keith Richards chitarrista dei Rolling Stones, ma era decisamente pazza per la musica di Jimmy James.
Gli stessi Stones il 2 luglio si presentarono per vedere Jimmy suonare all'Ondine, una famosa discoteca sulla Cinquantanovesima Est.
Impazzirono per il suono della chitarra di Jimmy e per quel personaggio unico che creava sul palco.


Brian Jones quella sera stessa divenne un suo grandissimo fan e nei mesi a seguire trattò Hendrix meglio di chiunque altro intorno a lui.
L'approvazione degli Stones confermò la sensazione di Linda che Hendrix potesse diventare famoso.
Parlò allora di Jimmy al marito della sua migliore amica Sheila, il mentore dei Rolling Stones Andrew Loog Oidham, credendo che quel fine conoscitore lo avrebbe messo sotto contratto;
ma Oidham non reagì con l'entusiasmo che lei si aspettava.
Quando lo portò a vedere Jimmy suonare al Café Wha? costui osservò, ascoltò e poi se ne andò scrollando le spalle e borbottando "Non mi serve un altro musicista nero che fa le solite cose ..."

Linda non si perse d'animo, conosceva Chas Chandler, il bassista degli Animals, uno dei primi gruppi della "British invasion" ad andare in tour in America.
Chas era alto più di un metro e ottanta, robusto, con il volto irregolare, occhi celesti e lustri capelli corti.
In quel momento gli Animals erano pronti a intraprendere il loro tour americano d'addio che avrebbe dovuto cominciare tra la fine di giugno e l'inizio di luglio.
Linda era venuta a sapere che, al termine del tour, Chas si sarebbe dedicato alla carriera di produttore e manager in compagnia di Mike Jeffery (già manager degli Animals).
In quel periodo Chas si era convinto che i soldi veri si facevano con la produzione discografica, quando eccoti Linda, che per sua stessa ammissione conosceva a malapena, che andava magnificando le gesta di Jimmy James.

Il 5 luglio, Chas si presentò al Café Wha? all'angolo tra MacDougal e Minetta solo poche ore dopo la sua chiacchierata con Linda Keith per constatare di persona.
Anche lui, come i Rolling Stones riconobbe immediatamente che Jimmy era "molto speciale",
e lo emozionò che quel chitarrista fortissimo stesse suonando Hey Joe, una canzone che aveva già apprezzato e che pensava fosse adatta da far incidere a qualche gruppo in Inghilterra per iniziare la sua carriera musicale. Chandler rimase tanto colpito che interpretò la combinazione tra Jimmy James e quella canzone come un buon segno premonitore.


..... Continua....

martedì 10 marzo 2009

Greenwich Village 1966

"Sognavo spesso che qualcosa prima o poi sarebbe accaduto. Nel sonno vedevo apparirmi il numero 1966. Così passavo il tempo aspettando. Volevo una scena mia, volevo fare la mia musica, ero stufo di suonare sempre gli stessi riffs." Jimi Hendrix


Verso la primavera del 1966, Jimmy ne aveva abbastanza della routine, di essere un gregario, dei concerti sempre uguali con King Curtis and the Kingpins, anche i rapporti con Curtis Knight and the Squires si stavano facendo sempre più difficili, lo pagavano una miseria, il minimo indispensabile per non morire di fame e a causa di questo c'erano sempre incomprensioni, Jimi suonava con gli Squires solo perchè la chitarra con cui suonava apparteneva a Curtis Knight.

Jimi si sentiva in un vicolo cieco e decise quindi che se proprio doveva morire di fame l'avrebbe fatto a modo suo.

Appena risolto il rapporto con King Curtis e quando, provvidenzialmente, poco dopo, una delle sue ragazze gli regalò una chitarra, Jimi lasciò anche gli Squires e si trasferì nel cuore del Village dove concentrò i suoi sforzi per crearsi una propria immagine musicale.
In breve tempo il giovane Hendrix si ritrovò a suonare al Café Wha? per sei sere la settimana.
Il locale era situato nelle cantine del Players' Theatre, un buon posto per chi non aveva molti soldi e voleva ascoltare giovani artisti, un posto ideale per Jimmy perchè lì poteva elaborare il suo materiale e migliorare la sua presenza scenica davanti ad un pubblico in gran parte composto da altri musicisti in attesa di salire a loro volta sul palco.

Jimi al Café Wha?, suonava con un suo gruppo i "Blue Flames", di cui faceva parte un giovane Randy California.
http://jimihendrixitalia.blogspot.com/2008/12/randy-california.html

Era comunque difficile a quei tempi sbarcare il lunario e a parte i pochi dollari guadagnati al Café Wha? non c'erano molti altri ingaggi e anche la corda della chitarra che si rompeva rappresentava un problema perchè non c'erano i soldi per sostituirla, ricorda Jimi:
Riuscivamo a suonare una volta ogni tanto. Per la disperazione mangiammo anche conserva di pomodoro spalmata sulle bucce d'arancio. Dormire nelle cantine di quelle case popolari in costruzione era una cosa infernale. C'erano i topi e gli scarafaggi che ti camminavano sul petto e ti rubavano dalle tasche il tuo ultimo biscotto.

La fortuna volle che un giorno John Hammond Jr. andò al Café Wha ad ascoltare Jimi.


Così ricorda John:
Quando suonavo al "Gaslight". Una sera, durante una pausa... un mio amico che era stato ingaggiato come musicista al Players' Theatre venne a dirmi: "John, in questo momento c'è un gruppo giù da noi che dovresti proprio sentire. Il loro chitarrista fa gli stessi pezzi del tuo disco "So many roads", quello dell'anno scorso e mi sembra che li faccia meglio". Decisi di verificare di persona.
Al di là della strada c'era il "Café Wha?, un posto molto funky. Andai, Jimi stava suonando alcuni miei pezzi e mi resi conto che le sue parti di chitarra erano migliori di quelle di Robbie Robertson nel disco. Era un bel ragazzo di colore e quelli che lo accompagnavano faticavano a stargli dietro... Aveva una Fender Stratocaster rovesciata e con le corde da mancino, una cosa che ti lasciava subito interdetto. Non credevo a quel che vedevo: suonava con i denti e usava tutte quelle tecniche raffinatissime che avevo scoperto a Chicago nelle folli notti del South Side. E lui le stava ripetendo lì, davanti ai miei occhi.
Era un bluesman straordinario.
Quella prima volta che lo incontrai, Jimi era molto abbattuto. Gli avevano persino rubato la chitarra. Sembrò contento di avermi incontrato. Gli chiesi se potevo aiutarlo in qualche modo e lui mi disse: "Trovami una scrittura, tirami fuori di qui".
Così gli trovai una scrittura al "Café a Go-Go" e lavorai lì per un mese con Jimi che suonava la
chitarra conduttrice. Bob Dylan, i Beatles, gli Stones vennero tutti a sentirci suonare .


giovedì 5 marzo 2009

Incontro dialogo con il bassista di Jimi Hendrix


Nel Luglio ’94, Noel Redding , dopo quasi un decennio dalla sua ultima visita nel nostro paese, tornò in Italia per un concerto insieme ai More Experience. Qui un'eccellente intervista di Giulio Bianchi a Noel Redding, già pubblicata sul numero di gennaio/febbraio 1995 della rivista "Dialogo"


Incontro dialogo con il bassista di Jimi Hendrix

Noel Redding, cinquantenne bassista scozzese, ha avuto in sorte ciò che ogni collega chiederebbe al destino: accompagnare il più grande chitarrista del mondo.
Per ben tre anni Noel ha infatti posto il suo basso elettrico al servizio della più micidiale sei corde della storia del rock: quella di Jimi Hendrix.
Molti anni sono passati da quando con gli Experience, la formidabile band del mancino di Seattle, ha incendiato la platea del festival di Monterey, ma Redding è rimasto un grande musicista.
La sua fugace apparizione all'interessantissima rassegna "Ternate in Blues" del Luglio '94 ha confermato le sue doti.
Da inguaribile fan di Hendrix quale sono non ho mancato l'occasione di assistere al concerto e di conoscere il musicista.
Il colloquio con Redding è stato molto amichevole, tanto che l'artista ha abbandonato la nota ritrosia a parlare del suo illustre passato ed ha risposto con estrema cortesia a tutte le domande che gli ho posto.

Dove vivi e di cosa ti occupi attualmente?

Vivo in Irlanda ormai da 22 anni ed ho suonato parecchio da quando ho lasciato gli Experience. Attualmente ho una mia band, la Noel Redding Band, e di recente ho suonato prima per due mesi in Scandinavia e poi per quattro giorni in Nuova Zelanda con il batterista dei Kinks Mick Avory e con due tastieristi, quello del mio gruppo e l'ex Animals Dave Rowberry. Tra le due tournee ho tenuto alcuni shows con il cantautore Donovan che vive anch'egli in Irlanda.
Giorni fa ho partecipato al Marquee di Londra ad un tributo al compianto Brian Jones dei Rolling Stones insieme a Donovan, al chitarrista dei Thin Lizzy Eric Bell e agli ex Manfred Paul Jones e Tom Mc Guinnes.

Sei entrato nella storia del rock come il bassista di Jimi Hendrix, un artista che ad oltre vent’anni dalla scomparsa è ancora oggetto di un culto straordinario. Come spieghi tanto interesse per la sua musica?

Penso che la musica che si ascolta oggi non sia affatto buona. Al contrario ritengo che quella scritta da Hendrix ed eseguita da noi Experience risulti valida anche ai nostri giorni e non dimostri affatto di risalire a 25 anni fa. Se la gente l'ascolta scopre la differenza con la spazzatura pop che va di moda attualmente, musica totalmente basata sulle sonorità tecnologiche di sintetizzatori e batteria elettronica.

Cosa ne pensi della marea di albums contenenti materiale inedito pubblicati dopo la morte di Hendrix?

Qualche disco come "Crash Landing" è terribile, rivoltante, pubblicato solo per fare soldi. In uno di questi album cancellarono addirittura le parti incise da me e dal batterista Mitch Mitchell per sostituirle con altre suonate da musicisti di studio. Gli Experience realizzarono durante la loro carriera solo tre dischi ed ora se ne ritrovano in catalogo trecento. E' assurdo! Certo, ci sono degli albums validi come l'ultimo uscito "Blues" e le riedizioni su CD dei primi tre dischi "Are you experienced?", "Axis; bold as love" ed "Electric Ladyland" che hanno un suono eccellente, ma molti altri lavori pubblicati dopo la morte di Jimi equivalgono come qualità di incisione a dei bootleg.

Come giudichi il lavoro svolto da Alan Douglas, l'amministratore degli archivi hendrixiani?

(rabbuiandosi) Beh, non potrei rispondere con franchezza a questa domanda con il registratore acceso!
Certo li conosco questi nastri, anche se non li ho più sentiti da quando sono stati registrati. Essi contengono tra l'altro anche un brano scritto da me e uno composto da Mitch Mitchell. Si tratta però di incisioni non ancora finite che necessitano di ulteriore lavoro e Chandler, Mitchell ed io dovremmo provvedere al rimissaggio. Alan Douglas stà cercando di avere il controllo anche su questo materiale, ma non la spunterà. Questi nastri verrano pubblicati certamente ma non da lui.

Cosa facevi prima di entrare negli Experience?

Sono diventato musicista professionista a diciasette anni e ho lavorato per un certo periodo nei clubs in Germania. Suonavo dalle sette di sera alla una di notte un repertorio fondamentalmente pop e rock'n'roll. Le mie radici artistiche affondano infatti nella musica di personaggi come Gene Vincent, Eddie Cochran, Elvis Presley, Shadows, Booker T. & MG, Ray Charles e Buddy Holly.

Perchè pur essendo in origine un chitarrista sei stato scelto per suonare il basso con gli Experience?

Non so, è buffo quanto è accaduto anche se penso che un valido chitarrista sia con ogni probabilità in grado di suonare bene anche il basso. Comunque mi presentai ad un provino per trovare posto come chitarrista nei New Animals di Eric Burdon. Assisteva all'audizione anche Chas Chandler, pure lui membro degli Animals, che si occupava a quel tempo di lanciare Hendrix sulla scena rock inglese. Egli mi chiese se sapevo suonare il basso e, nonostante rispondessi negativamente, mi spinse a provare lo stesso, eseguii tre brani e alla fine fui invitato da Hendrix a seguirlo in un pub dove parlammo di musica ed egli mi propose di entrare nella sua band. Due gioni dopo completammo la formazione degli Experience con il batterista Mitch Mitchell, che suonava nel bar. Prima di lui avevamo contattato Ainsley Dumbar, accompagnatore di John Mayall e futuro componente della band di Frank Zappa e dei Journey, e John Banks dei Merseybeat, un gruppo di Liverpool che operava a Londra e che aveva piazzato qualche brano nella Hit Parade. Entrambi però declinarono l'offerta.

Era difficile accompagnare al basso Jimi Hendrix, un chitarrista molto portato verso l’improvvisazione?

No, era un lavoro facile perché gli Experience costituivano, sotto l’egida di Chas Chandler, una band molto affiatata. Certo, sia Hendrix che Mitchell amavano improvvisare, ma il mio compito era semplicemente quello di sostenerli aritmicamente. Quando dopo le loro divagazioni solistiche ritornavano sulla tema base mi trovavano sempre puntuale ad attenderli con il mio basso.

Come avveniva la registrazione dei dischi degli Experience?

In modo assai rapido. Prima di entrare in studio non conoscevamo le canzoni che dovevamo registrare e le imparavamo al momento. Inoltre vi erano molte probabilità che il nostro produttore, Chas Chandler, scegliesse le prime versioni dei brani che suonavamo.

Il festival di Monterey vi fece conoscere in tutto il mondo. Cosa ricordi di quella manifestazione?
Era una situazione meravigliosa, con un pubblico molto amichevole che ascoltava la musica sdraiata sul prato. Ricordo ancora quei momenti. Dopo l’esibizione degli Who, Brian Jones ci presentò alla platea e al termine del nostro show, Jimi bruciò la sua chitarra. Ero molto felice di essere lì. Assai meno bene rispetto a Monterey andò la tournee americana che affrontammo come spalla dei Monkeys, ma comunque ci divertimmo anche in quell’occasione.

Qual è il tuo giudizio sul fenomeno hippy degli anni ’60 al quale gli Experience sono spesso associati?
Per me la filosofia hippy, che ancora oggi condivido, era basata sull’affermazione della libertà individuale. Ognuno era libero di portare i capelli lunghi se voleva e di vestirsi come preferiva. Certo gli hippy fumavano erba e facevano uso di LSD, ma la loro era una scelta puramente individuale che non creava problemi alla collettività. Ho un bel ricordo della scena hippy di San Francisco come mi apparve al festival di Monterey, in quanto era composta da persone assolutamente pacifiche ed in armonia tra loro.

In pochi mesi sei passato dallo status di musicista semisconosciuto a quello di rock-star. Come hai reagito al successo?

Ero stupito perché non riuscivo a capire come avesse potuto diventare tanto famosa una band che suonava un genere di musica come il nostro. Non avrei mai pensato di raggiungere un simile successo in così breve tempo, anche perché l’obiettivo a cui aspiravamo era semplicemente quello di diventare un musicista professionista. Sono stato molto fortunato ad essermi trovato nel punto giusto al momento giusto!

Com’era Hendrix fuori dal palco?

Era un gentiluomo, una persona molto cortese e tranquilla, proprio come lo erano gli hippy. L’opposto del selvaggio chitarrista che appariva sulla scena!

In che misura il business discografico condizionava le scelte artistiche degli Experience?

Non esisteva condizionamento. La nostra casa discografica non poteve imporci cosa dovevamo registrare perché avevamo come produttore un musicista come Chas Chandler che tutelava l’indipendenza artistica della band. Grazie a lui non vi erano proprio molte canzoni che noi non potessimo incidere! La speculazione commerciale ha cominciato ad impossessarsi della musica di Jimi Hendrix dopo la sua morte.

Perché dopo l’incisione di “Electric Ladyland” hai lasciato gli Experience?

Per due ragioni. Anzitutto a quei tempi gli Experience avevano raggiunto l’apice delle loro possibilità e non vi erano altri margini di miglioramento. Se avessero continuato non avremmo potuto che peggiorare e quindi era il momento giusto per lasciare la band. Inoltre volevo costruire un mio gruppo per suonare brani di mia composizione ed infatti fondai i Fat Mattress. Oltre a questi non vi erano altri motivi e a maggior ragione conflitti tra i componenti.

Perché i Fat Mattress non hanno ottenuto il successo sperato.

Perché a mio giudizio la musica del gruppo non fu promossa adeguatamente con l’attività concertistica.

Cosa hai fatto dopo lo scioglimento dei Fat Mattress?

Mi trasferii in Irlanda e rimasi inattivo per un certo periodo perché volevo staccarmi dalla scena del rock. Nel ’74 fondai una mia band, la Noel Redding Band, assieme all’ex chitarrista dei Thin Lizzy, Eric Bell con la quale incisi due dischi e girai lungamente in tournee da ogni parte, compresa una permanenza di dieci settimane negli USA, prima di accorgermi che il nostro manager stava intascando tutti i guadagni del gruppo. Continuai comunque a suonare musica elettrica sino all’80 quando costituii una band acustica con la mia ultima moglie. Suonavamo principalmente brani di Buddy Holly, lei cantava e noi l’accompagnavamo con gli strumenti e con i cori. Poi lei fu uccisa quattro anni fa ed io, dopo un periodo di smarrimento, tornai in tournee per risollevarmi.

E’ vero che hai partecipato all’incisione del disco di Randy California “Kaptain Kopter and …..” sotto il nome di Clint Mc Torius?

Si, lo confermo

Quali sono i ricordi migliori della tua carriera?

Anzitutto il festival di Monterey e poi l’unica tournee italiana effettuata dagli Experience. Amo l’Italia e se non vivessi in Irlanda mi trasferirei quaggiù. Il cibo e la birra sono ottimi e la gente è molto socievole. In Italia come in Irlanda è possibile entrare in un bar e mettersi a parlare con chiunque senza problemi, in Inghilterra e in America ciò sarebbe impossibile.

Quali sono i tuoi programmi futuri?

E’ un periodo che sono occupatissimo a girare in tournee e ho in programma alcune date in Svezia, Giappone e Nuova Zelanda. Inoltre sto preparando una commedia cinematografica.

Sono state fatte varie ipotesi sulla morte di Hendrix. Qual è la tua idea in proposito?
Da principio credetti ad un omicidio, ma ora ritengo plausibile anche la tesi della morte accidentale che può sopraggiungere quando si beve vino e si prendono tanti sonniferi come fece Jimi. Quindi, a mio giudizio, Hendrix fu assassinato o fu vittima di una disgrazia, mentre ritengo del tutto improbabile l’ipotesi di un suicidio.

Qual è la tua opinione sull’uso delle droghe nel mondo della musica rock?

Le droghe oggi sono completamente diverse da quelle che si usavano ai miei tempi, marijuana, anfetamine e LSD che erano più leggere e stimolavano la creatività artistica. Noi eravamo molto più sensati ed all’epoca non giravano l’eroina, l’ecstasy, il crack e la cocaina.

Hendrix è un chitarrista che ha fatto scuola. C’è qualche strumentista che può essere considerato suo erede?

No, non vi sono eredi autentici. Certo, molti possono copiare il suo stile, ma si tratta sempre di un’imitazione. Jimi può essere invece annoverato tra i pochi creatori di un modo assolutamente personale di suonare. Tra i chitarristi attualmente in attività considero bravissimo Randy California. L’ho visto in concerto lo scorso anno con il batterista Ed Cassidy e penso che esistano tuttora pochi strumentisti in grado di competere con lui. Eric Bell è anch’egli assai valido, ma il mio preferito rimane Jeff Beck.

Come giudichi la scena rock attuale?

Non conosco quasi nessuna band tra quelle in auge attualmente perché sono anni che non compro dischi e non ascolto musica alla radio, ma solo le notizie. Ho assistito lo scorso anno ad uno show molto valido dell’ex Eagles, Glenn Frey e ho apprezzato dal vivo anche il gruppo di Keith Richards.
Viceversa non assisterei mai ad un concerto delle nuove bands, che a mio parere non sanno affatto suonare.

Giulio Bianchi

lunedì 2 marzo 2009

My friend

Jimmi Mayes è una leggenda della scena musicale di Chicago, ha supportato ed è stato collaboratore di molti artisti illustri. Iniziò la sua carriera con Joey Dee and the Starliters, di cui oltre che batterista fu anche direttore artistico per un anno e mezzo. Durante questo periodo nella banda figurò niente di meno che Jimi Hendrix alla chitarra.
Jimmi Mayes collabora ancora con Hendrix, nel 1968 partecipa infatti con lui ad alcune registrazioni in studio che produssero canzoni come “ My Friend” dagli album “First Rays Of The Rising Sun” e “Cry of Love”, e “Georgia Blues” da “Martin Scorzese presents the Blues JIMI HENDRIX”.


Se agli inizi della sua carriera egli era principalmente un batterista e direttore musicale, agli inizi degli anni ’70 fondò una sua orchestra “Jimmy Mayes and the Mill Street Depot “ band da cui sono usciti musicisti come Jimmy Prior, JJ Gerard, Deitra Farr, Taney Jackson.

Nella sua lunga carriera Jimmi Mayes ha collaborato con artisti del calibro di:

Joey Dee & the Starliters , Tommy Hunt from the Flamingo, Jimi Hendrix, Marvin Gaye, James Brown, Martha Reeves (Martha & the Vandella’s), Frankie Lymon, The Shirelles, Little Walter,
Jimmy Reed, Elmore James, Lacy Gibson, McKinley Mitchell.


Questo quello che mi raccontò circa le sessions di “My friend”:

C’era un club in mid-town Manhattan chiamato “Steve Paul Scene”, si trovava in un seminterrato, sopra c’era un ristorante. Era circa il 9 o il 10 marzo 1968, quella sera mi trovavo di sopra nel ristorante con un’amica, Diane Subringer, mentre stavamo cenando entrarono parecchie persone che facevano ogni genere di rumore e parlavano a voce alta, insomma, un sacco di casino. Tutto quello che riuscivo a vedere era un gruppo di ragazzi che si stavano dirigendo dall’altra parte della sala del ristorante e circondava un tale di cui riuscivo solo a vedere un cappello nero.
Dopo un po’ Diane disse, “Non hai visto entrare il tuo amico? Non vai a salutarlo? “
Dissi, “Quale amico?” e lei rispose “Jimi Hendrix”.
Le dissi che lo conoscevo di fama ma non lo conoscevo di persona, non sapevo nemmeno che viso avesse e lei meravigliata “Come non lo conosci? Ci hai suonato insieme per un bel po’ di tempo, eravate molto amici, addirittura me lo presentasti tu, allora si chiamava Maurice James oppure Jimmi Jones” risposi “Allora quello è lui?” Lei disse di si.
Mi alzai immediatamente e mi feci strada tra la gente finchè non lo raggiunsi e riuscì a battergli sulla spalla. Jimi si voltò e appena mi vide mi gettò le braccia al collo e mi diede un grosso abbraccio. Chiacchierammo per un po’ ricordando i vecchi tempi e aggiornandoci di quello che avevamo fatto nel frattempo ma Jimi era circondato da un sacco di fans e non potemmo parlare a lungo, allora Jimi mi disse “Guarda, c’è un sacco di gente e non riusciamo a stare tranquilli, dai il tuo numero di telefono alla mia segretaria che in questi giorni ti chiamo”. Ancora in quel momento non mi rendevo conto bene di che grande star fosse diventato Jimi, mi ci vollero almeno un giorno o due per realizzarlo appieno, così poi mi dissi “ Si va bene allora forse non mi chiamerà”.

La sera del 13 marzo, invece ricevetti una telefonata e dall’altra parte del filo c’era una signorina che mi diceva di chiamare per conto di Jimi Hendrix che era impegnato in sala di registrazione, e mi pregava di raggiungerlo negli studios al più presto per suonare la batteria con lui. A momenti mi viene un infarto! Non potevo credere che il più grande chitarrista del momento, volesse che io suonassi la batteria per lui. Quando arrivai là, c’era gente che suonava, altri parlavano o ridevano e scherzavano. Jimi mi presentò a tutta quella gente, erano tanti e adesso non ricordo bene tutti, anche perché durante quella notte arrivarono altri musicisti come alcuni membri della Mitch Rider and the Detroit Wheels. Ricordando i vecchi tempi Jimi volle che chiamassi anche Lonnie Youngblood, così gli telefonai e gli dissi che stavo registrando con Jimi, quindi più tardi anche lui si unì a noi.
Registrammo e registrammo fino a tardi, iniziammo la jam suonando del blues… e continuammo a suonare sempre e solo blues, io mi trovavo perfettamente a mio agio essendo io stesso un blues-man.
Poi Jimi registrò alcune tracce vocali, ad un certo punto chiese a tutti di prendere il microfono e fare rumore, casino come se fossimo degli ubriachi ad una festa. Io presi una bottiglia e ci battevo il tempo sopra con una bacchetta mentre parlavo con Jimi. Mentre il nastro stava ancora girando, Jimi disse ” Mi piace questa canzone, penso che potrei usarla” e io risposi che ero certo di aver rallentato un po’ il tempo e che sarebbe stato il caso di registrarla ancora.
Jimi disse “ No, a volte mi piace rallentare i pezzi così posso aggiungere qualcosa in playback…” e mentre stava dicendomi questo e del playback io alzai il microfono e dissi " Alright", Jimi tenne anche quella traccia, così puoi sentire la mia voce dire questo alla fine della canzone “My Friend “ .

Roberto, questo è quello che mi ricordo in dettaglio. Poi non pensai più a quella canzone, dopo un po’ di anni, era il 1971 e mi trovavo a Mexico City, con la mia band che a quei tempi si chiamava Jimmy Mayes and the Mill Street Depot. Lì comprai , Cry of Love, album che ancora posseggo. Non sapevo che suonavo la batteria in una canzone. Mentre stavo ascoltando il disco con i ragazzi della mia band, arrivammo alla canzone My Friend, dissi, “Ma questo sembro io alla batteria”, poi sentii la mia voce dire “Alright”. Sui crediti dell’album lessi solo Mitch Mitchell and Buddy Miles mi rattristai tantissimo. Adesso ci sono i miei crediti su CD ma non ho avuto nessun riconoscimento da parte dell’Experience Hendrix Foundation.
Al momento credo di essere l’ultimo batterista ancora vivente che abbia suonato stabilmente con Hendrix in una band e spero di rimanere ancora a lungo con questo titolo anche se non mi sento per questo una leggenda vivente.

Una rara versione di "My friend"