giovedì 5 marzo 2009

Incontro dialogo con il bassista di Jimi Hendrix


Nel Luglio ’94, Noel Redding , dopo quasi un decennio dalla sua ultima visita nel nostro paese, tornò in Italia per un concerto insieme ai More Experience. Qui un'eccellente intervista di Giulio Bianchi a Noel Redding, già pubblicata sul numero di gennaio/febbraio 1995 della rivista "Dialogo"


Incontro dialogo con il bassista di Jimi Hendrix

Noel Redding, cinquantenne bassista scozzese, ha avuto in sorte ciò che ogni collega chiederebbe al destino: accompagnare il più grande chitarrista del mondo.
Per ben tre anni Noel ha infatti posto il suo basso elettrico al servizio della più micidiale sei corde della storia del rock: quella di Jimi Hendrix.
Molti anni sono passati da quando con gli Experience, la formidabile band del mancino di Seattle, ha incendiato la platea del festival di Monterey, ma Redding è rimasto un grande musicista.
La sua fugace apparizione all'interessantissima rassegna "Ternate in Blues" del Luglio '94 ha confermato le sue doti.
Da inguaribile fan di Hendrix quale sono non ho mancato l'occasione di assistere al concerto e di conoscere il musicista.
Il colloquio con Redding è stato molto amichevole, tanto che l'artista ha abbandonato la nota ritrosia a parlare del suo illustre passato ed ha risposto con estrema cortesia a tutte le domande che gli ho posto.

Dove vivi e di cosa ti occupi attualmente?

Vivo in Irlanda ormai da 22 anni ed ho suonato parecchio da quando ho lasciato gli Experience. Attualmente ho una mia band, la Noel Redding Band, e di recente ho suonato prima per due mesi in Scandinavia e poi per quattro giorni in Nuova Zelanda con il batterista dei Kinks Mick Avory e con due tastieristi, quello del mio gruppo e l'ex Animals Dave Rowberry. Tra le due tournee ho tenuto alcuni shows con il cantautore Donovan che vive anch'egli in Irlanda.
Giorni fa ho partecipato al Marquee di Londra ad un tributo al compianto Brian Jones dei Rolling Stones insieme a Donovan, al chitarrista dei Thin Lizzy Eric Bell e agli ex Manfred Paul Jones e Tom Mc Guinnes.

Sei entrato nella storia del rock come il bassista di Jimi Hendrix, un artista che ad oltre vent’anni dalla scomparsa è ancora oggetto di un culto straordinario. Come spieghi tanto interesse per la sua musica?

Penso che la musica che si ascolta oggi non sia affatto buona. Al contrario ritengo che quella scritta da Hendrix ed eseguita da noi Experience risulti valida anche ai nostri giorni e non dimostri affatto di risalire a 25 anni fa. Se la gente l'ascolta scopre la differenza con la spazzatura pop che va di moda attualmente, musica totalmente basata sulle sonorità tecnologiche di sintetizzatori e batteria elettronica.

Cosa ne pensi della marea di albums contenenti materiale inedito pubblicati dopo la morte di Hendrix?

Qualche disco come "Crash Landing" è terribile, rivoltante, pubblicato solo per fare soldi. In uno di questi album cancellarono addirittura le parti incise da me e dal batterista Mitch Mitchell per sostituirle con altre suonate da musicisti di studio. Gli Experience realizzarono durante la loro carriera solo tre dischi ed ora se ne ritrovano in catalogo trecento. E' assurdo! Certo, ci sono degli albums validi come l'ultimo uscito "Blues" e le riedizioni su CD dei primi tre dischi "Are you experienced?", "Axis; bold as love" ed "Electric Ladyland" che hanno un suono eccellente, ma molti altri lavori pubblicati dopo la morte di Jimi equivalgono come qualità di incisione a dei bootleg.

Come giudichi il lavoro svolto da Alan Douglas, l'amministratore degli archivi hendrixiani?

(rabbuiandosi) Beh, non potrei rispondere con franchezza a questa domanda con il registratore acceso!
Certo li conosco questi nastri, anche se non li ho più sentiti da quando sono stati registrati. Essi contengono tra l'altro anche un brano scritto da me e uno composto da Mitch Mitchell. Si tratta però di incisioni non ancora finite che necessitano di ulteriore lavoro e Chandler, Mitchell ed io dovremmo provvedere al rimissaggio. Alan Douglas stà cercando di avere il controllo anche su questo materiale, ma non la spunterà. Questi nastri verrano pubblicati certamente ma non da lui.

Cosa facevi prima di entrare negli Experience?

Sono diventato musicista professionista a diciasette anni e ho lavorato per un certo periodo nei clubs in Germania. Suonavo dalle sette di sera alla una di notte un repertorio fondamentalmente pop e rock'n'roll. Le mie radici artistiche affondano infatti nella musica di personaggi come Gene Vincent, Eddie Cochran, Elvis Presley, Shadows, Booker T. & MG, Ray Charles e Buddy Holly.

Perchè pur essendo in origine un chitarrista sei stato scelto per suonare il basso con gli Experience?

Non so, è buffo quanto è accaduto anche se penso che un valido chitarrista sia con ogni probabilità in grado di suonare bene anche il basso. Comunque mi presentai ad un provino per trovare posto come chitarrista nei New Animals di Eric Burdon. Assisteva all'audizione anche Chas Chandler, pure lui membro degli Animals, che si occupava a quel tempo di lanciare Hendrix sulla scena rock inglese. Egli mi chiese se sapevo suonare il basso e, nonostante rispondessi negativamente, mi spinse a provare lo stesso, eseguii tre brani e alla fine fui invitato da Hendrix a seguirlo in un pub dove parlammo di musica ed egli mi propose di entrare nella sua band. Due gioni dopo completammo la formazione degli Experience con il batterista Mitch Mitchell, che suonava nel bar. Prima di lui avevamo contattato Ainsley Dumbar, accompagnatore di John Mayall e futuro componente della band di Frank Zappa e dei Journey, e John Banks dei Merseybeat, un gruppo di Liverpool che operava a Londra e che aveva piazzato qualche brano nella Hit Parade. Entrambi però declinarono l'offerta.

Era difficile accompagnare al basso Jimi Hendrix, un chitarrista molto portato verso l’improvvisazione?

No, era un lavoro facile perché gli Experience costituivano, sotto l’egida di Chas Chandler, una band molto affiatata. Certo, sia Hendrix che Mitchell amavano improvvisare, ma il mio compito era semplicemente quello di sostenerli aritmicamente. Quando dopo le loro divagazioni solistiche ritornavano sulla tema base mi trovavano sempre puntuale ad attenderli con il mio basso.

Come avveniva la registrazione dei dischi degli Experience?

In modo assai rapido. Prima di entrare in studio non conoscevamo le canzoni che dovevamo registrare e le imparavamo al momento. Inoltre vi erano molte probabilità che il nostro produttore, Chas Chandler, scegliesse le prime versioni dei brani che suonavamo.

Il festival di Monterey vi fece conoscere in tutto il mondo. Cosa ricordi di quella manifestazione?
Era una situazione meravigliosa, con un pubblico molto amichevole che ascoltava la musica sdraiata sul prato. Ricordo ancora quei momenti. Dopo l’esibizione degli Who, Brian Jones ci presentò alla platea e al termine del nostro show, Jimi bruciò la sua chitarra. Ero molto felice di essere lì. Assai meno bene rispetto a Monterey andò la tournee americana che affrontammo come spalla dei Monkeys, ma comunque ci divertimmo anche in quell’occasione.

Qual è il tuo giudizio sul fenomeno hippy degli anni ’60 al quale gli Experience sono spesso associati?
Per me la filosofia hippy, che ancora oggi condivido, era basata sull’affermazione della libertà individuale. Ognuno era libero di portare i capelli lunghi se voleva e di vestirsi come preferiva. Certo gli hippy fumavano erba e facevano uso di LSD, ma la loro era una scelta puramente individuale che non creava problemi alla collettività. Ho un bel ricordo della scena hippy di San Francisco come mi apparve al festival di Monterey, in quanto era composta da persone assolutamente pacifiche ed in armonia tra loro.

In pochi mesi sei passato dallo status di musicista semisconosciuto a quello di rock-star. Come hai reagito al successo?

Ero stupito perché non riuscivo a capire come avesse potuto diventare tanto famosa una band che suonava un genere di musica come il nostro. Non avrei mai pensato di raggiungere un simile successo in così breve tempo, anche perché l’obiettivo a cui aspiravamo era semplicemente quello di diventare un musicista professionista. Sono stato molto fortunato ad essermi trovato nel punto giusto al momento giusto!

Com’era Hendrix fuori dal palco?

Era un gentiluomo, una persona molto cortese e tranquilla, proprio come lo erano gli hippy. L’opposto del selvaggio chitarrista che appariva sulla scena!

In che misura il business discografico condizionava le scelte artistiche degli Experience?

Non esisteva condizionamento. La nostra casa discografica non poteve imporci cosa dovevamo registrare perché avevamo come produttore un musicista come Chas Chandler che tutelava l’indipendenza artistica della band. Grazie a lui non vi erano proprio molte canzoni che noi non potessimo incidere! La speculazione commerciale ha cominciato ad impossessarsi della musica di Jimi Hendrix dopo la sua morte.

Perché dopo l’incisione di “Electric Ladyland” hai lasciato gli Experience?

Per due ragioni. Anzitutto a quei tempi gli Experience avevano raggiunto l’apice delle loro possibilità e non vi erano altri margini di miglioramento. Se avessero continuato non avremmo potuto che peggiorare e quindi era il momento giusto per lasciare la band. Inoltre volevo costruire un mio gruppo per suonare brani di mia composizione ed infatti fondai i Fat Mattress. Oltre a questi non vi erano altri motivi e a maggior ragione conflitti tra i componenti.

Perché i Fat Mattress non hanno ottenuto il successo sperato.

Perché a mio giudizio la musica del gruppo non fu promossa adeguatamente con l’attività concertistica.

Cosa hai fatto dopo lo scioglimento dei Fat Mattress?

Mi trasferii in Irlanda e rimasi inattivo per un certo periodo perché volevo staccarmi dalla scena del rock. Nel ’74 fondai una mia band, la Noel Redding Band, assieme all’ex chitarrista dei Thin Lizzy, Eric Bell con la quale incisi due dischi e girai lungamente in tournee da ogni parte, compresa una permanenza di dieci settimane negli USA, prima di accorgermi che il nostro manager stava intascando tutti i guadagni del gruppo. Continuai comunque a suonare musica elettrica sino all’80 quando costituii una band acustica con la mia ultima moglie. Suonavamo principalmente brani di Buddy Holly, lei cantava e noi l’accompagnavamo con gli strumenti e con i cori. Poi lei fu uccisa quattro anni fa ed io, dopo un periodo di smarrimento, tornai in tournee per risollevarmi.

E’ vero che hai partecipato all’incisione del disco di Randy California “Kaptain Kopter and …..” sotto il nome di Clint Mc Torius?

Si, lo confermo

Quali sono i ricordi migliori della tua carriera?

Anzitutto il festival di Monterey e poi l’unica tournee italiana effettuata dagli Experience. Amo l’Italia e se non vivessi in Irlanda mi trasferirei quaggiù. Il cibo e la birra sono ottimi e la gente è molto socievole. In Italia come in Irlanda è possibile entrare in un bar e mettersi a parlare con chiunque senza problemi, in Inghilterra e in America ciò sarebbe impossibile.

Quali sono i tuoi programmi futuri?

E’ un periodo che sono occupatissimo a girare in tournee e ho in programma alcune date in Svezia, Giappone e Nuova Zelanda. Inoltre sto preparando una commedia cinematografica.

Sono state fatte varie ipotesi sulla morte di Hendrix. Qual è la tua idea in proposito?
Da principio credetti ad un omicidio, ma ora ritengo plausibile anche la tesi della morte accidentale che può sopraggiungere quando si beve vino e si prendono tanti sonniferi come fece Jimi. Quindi, a mio giudizio, Hendrix fu assassinato o fu vittima di una disgrazia, mentre ritengo del tutto improbabile l’ipotesi di un suicidio.

Qual è la tua opinione sull’uso delle droghe nel mondo della musica rock?

Le droghe oggi sono completamente diverse da quelle che si usavano ai miei tempi, marijuana, anfetamine e LSD che erano più leggere e stimolavano la creatività artistica. Noi eravamo molto più sensati ed all’epoca non giravano l’eroina, l’ecstasy, il crack e la cocaina.

Hendrix è un chitarrista che ha fatto scuola. C’è qualche strumentista che può essere considerato suo erede?

No, non vi sono eredi autentici. Certo, molti possono copiare il suo stile, ma si tratta sempre di un’imitazione. Jimi può essere invece annoverato tra i pochi creatori di un modo assolutamente personale di suonare. Tra i chitarristi attualmente in attività considero bravissimo Randy California. L’ho visto in concerto lo scorso anno con il batterista Ed Cassidy e penso che esistano tuttora pochi strumentisti in grado di competere con lui. Eric Bell è anch’egli assai valido, ma il mio preferito rimane Jeff Beck.

Come giudichi la scena rock attuale?

Non conosco quasi nessuna band tra quelle in auge attualmente perché sono anni che non compro dischi e non ascolto musica alla radio, ma solo le notizie. Ho assistito lo scorso anno ad uno show molto valido dell’ex Eagles, Glenn Frey e ho apprezzato dal vivo anche il gruppo di Keith Richards.
Viceversa non assisterei mai ad un concerto delle nuove bands, che a mio parere non sanno affatto suonare.

Giulio Bianchi
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