giovedì 30 aprile 2009

Quarant'anni fa, Jimi Hendrix a Roma

Ringrazio di cuore il blog Indie Rocker Revolution, per avermi dato il permesso di riprodurre integralmente il loro interessante articolo.

http://indierockerrevolution.blogspot.com/2008/05/quarantanni-fa-jimi-hendrix-roma.html

Quarant'anni fa, Jimi Hendrix a Roma

Riceviamo e volentieri pubblichiamo (e-mail dall'amico Franco R, con allegata foto kodak)

Un sabato di 40 anni fa a Roma: 24-25 maggio, concerto di Jimi Hendrix

L’anno ’68 è stato vissuto in uno stato di semi-coscienza, non si capiva bene, ma si intuiva dove andare, da che parte stare; a spingere le prime assemblee, le manifestazioni, il movimento, ma anche cose semplici: la contestazione giovanile, i capelli lunghi, l’abbigliamento, la musica.
Ad aprile era stato assassinato Martin Luther King con conseguenti tensioni razziali e fermenti giovanili; quel maggio a Parigi vi furono le barricate degli studenti e l’inizio del ’68, in Italia, mese della Madonna, vennero comunque occupate la Statale e la Cattolica e……l’arrivo di Jimi Hendrix.
Quell’anno ero uno dei tanti 20enni innamorati pazzi del rock al quale un bel giorno arrivarono confuse notizie circa un concerto che Jimi avrebbe tenuto a Roma per promuovere l’LP Are You Experienced?; come se fosse previsto lo sbarco dei marziani, nessun’altra notizia, tanto meno circa il luogo e l’ora d’inizio, i più fortunati avevano avuto modo di vedere una sua foto o di ascoltare Foxy Lady alla radio come sigla di Per Voi Giovani.
Allora suonavo la batteria in un Complesso, così come venivano chiamati e con il chitarrista decidemmo di partire; la sua presenza era indispensabile perché imparava e memorizzava ogni cosa che ascoltava, non leggeva una nota, ma era in grado di ricomporre i pezzi. Cominciai a sondare il terreno a casa e ottenuto l’ok, come raggiungere Roma? L’ideale era trovare una macchina: chiedemmo a scuola e in comitiva, dove ingaggiammo due con la mitica 500. A Roma, eccitati per essere riusciti a trovare subito i biglietti (2.500 lire ognuno), si respirava un’aria magica, psichedelica, simile a quanto accadeva a Londra e Amsterdam con concentrazioni di capelloni contestatori nelle principali piazze; all’epoca portare i capelli lunghi era pericoloso, ma andammo lo stesso a Piazza di Spagna dove gruppi di capelloni stazionavano da tempo, per sentirci uno di loro, successivamente al mercato di Via Sannio dove allora era possibile trovare capi di abbigliamento originali militare, hippie, beat o rock.
Trovammo il Teatro Brancaccio, dove si sarebbe esibito a sera Jimi Hendrix, con largo anticipo ma appena in tempo per ascoltare confusamente le ultime note del concerto pomeridiano; improvvisamente si aprì la tenda dell’atrio e un boato salutò Hendrix, subito dopo gruppi di giovani uscirono di corsa dalla sala urlando e staccando dai muri tutto quanto c’era con la faccia di Jimi Hendrix, eccitati facemmo lo stesso dal muro alle nostre spalle sul quale ci eravamo schiacciati.
Entrammo, era un teatro con appena 2.000 poltrone di legno e prendemmo posto sulla destra a pochi metri dal palco; dopo l’esibizione di sconosciuti gruppi nostrani, si apre il sipario ed ecco i mostri, i primi amplificatori di quelle dimensioni, poi uscì Jimi che accordava la Stratocaster bianca, indossava pantaloni di velluto rosso scarlatto e camicia rosa con volants, i capelli meno lunghi del solito con meches bianche sui lati. Improvvisamente le note del primo pezzo, rimanemmo impietriti dal volume proibitivo per chi era abituato in fondo ad ascoltare solo delle canzoni; era il suono che avevamo sempre sognato, sembravano tre chitarre in una, la batteria, contrariamente agli altri pezzi rock dell’epoca non era in primo piano, martellante e non sembrava neanche amplificata. L’eccitazione saliva, la sala rumoreggiava forse per il bisogno di commentare ad alta voce quello cui stava assistendo, … incredulità! … disorientamento!
Eseguiva pezzi senza toccare le corde, ma solo percuotendo il corpo della chitarra che sprigionava una quantità pazzesca di watt o usando la sola mano degli accordi, le sue mani sembravano ferme e non si capiva come facesse a fare la ritmica e il solista nello stesso tempo; suonava sempre e comunque, con i denti, dietro la testa o sotto la gamba, poi si lanciò contro gli amplificatori, il tutto in una valanga di suoni, distorsioni e wha-wha che nessuno aveva mai sentito da alcun strumento. Alla fine, lanciò la chitarra in aria ed uscì di scena.
Fu il creatore della musica psichedelica, delle suggestioni, non c’erano messaggi, il suo mondo era denso di racconti indiani, gioia di vivere, voglia di libertà; una realtà fatta di sogni, fumetti, fantascienza, teorie cosmiche.
Durante il viaggio di ritorno, eravamo ancora sotto shock, certi di aver visto qualcosa di unico, un marziano, e non parlammo d’altro tutta la notte con la consapevolezza di non poter mai arrivare a suonare qualcosa neanche lontanamente simile a ciò che avevamo ascoltato. Nei mesi successivi, con i compagni del Complesso, continuammo a suonare ancora per un po’ inserendo Hey Joe, il brano più semplice, con molta moltissima modestia per poi smettere definitivamente di suonare.
Jimi non ha avuto il tempo di invecchiare, la sua breve vita musicale (4 anni, 1400 giorni) è passata alla velocità della luce, è rimasta nella dimensione giovanile dell’eroe con la chitarra, del mito e come tale appartiene ai giovani di oggi come quelli della sua generazione.
Unici souvenir di quel giorno, la copia di questa foto che ho scattato con la mia Kodak, l’originale è del chitarrista (oggi insegnante di musica) che comprò il rullino e pagò lo sviluppo, e l’LP Are You Experienced? Rimasto a casa della mia compagna di università ed ancora oggi lì.
Raccontarlo ora 40 anni dopo, serve a capire meglio, ad amare di più, a ricordare la sua breve e intensa stagione.

testo e foto in alto by Franco R

mercoledì 29 aprile 2009

TITAN TOP SHOW - Palasport di Bologna - 26 maggio 1968

Sono Daniele Guidazzi, nel 1968 suonavo la chitarra con “Ivan & the Meteors”.
Il front-man del gruppo era il cantante Ivo Faccioli, un simpatico ragazzo di origini fiorentine ma trapiantato a Bologna.
Anche Dodi Battaglia in quel periodo suonava con noi ed è proprio quando, anche lui, entrò nel gruppo che decidemmo di introdurre brani più rock nel nostro repertorio tra cui “Stone free” di Jimi Hendrix e una cover di “Hey Joe”.

Nella primavera del 1968 venimmo a sapere che Jimi Hendrix avrebbe suonato a Bologna ad un festival al palasport, così facemmo il diavolo a quattro per poter fare da spalla a Jimi anche noi.
Così il 26 maggio 1968 abbiamo avuto l’onore di condividere il palco con il grande Hendrix.

Quel pomeriggio ero già lì al Palasport di Bologna quando arrivarono dei furgoncini targati Napoli che trasportavano la strumentazione e l’amplificazione di Jimi Hendrix.
La cosa più impressionante da musicista, era l’arrivo di questa montagna di amplificatori, una cosa mostruosa per l’epoca.

Più tardi, mentre ero giù nei camerini lo vidi; giacca e pantaloni verdi, mechè bionda, camicia multicolore, mi piacque un pacco com’era vestito. Si aggirava lì un po’ spaesato.
Mi chiese dov’era il bagno e glielo indicai, dopo un po’ lo rividi era ingrugnito nero, pare gli mancasse della roba… chissà.
Mi chiese dove poteva bere qualcosa, non c’era il bar al palasport e così lo accompagnai dall’omino che vendeva le bibite e i gelati.

Mentre stavo mettendo a punto la mia chitarra, ad un certo punto, Jimi è salito sul palcoscenico per mettere a punto la sua.
Era piuttosto incazzato, aveva avuto dei problemi con un suo Marshall.. Una delle due testate in linea non funzionava, lui e un suo tecnico continuavano ad attaccare e staccare cavetti davanti e dietro gli amplificatori.

Poi si mise a fare qualche accordo con la chitarra e involontariamente abbiamo fatto diventare il sound check una jam di quasi venti minuti e alla fine Jimi sparì nei camerini.

Sorrido ancora al pensiero di quella nostra esibizione, io salii sul palco a suonare con calzoncini corti, cappellino e scarpe da tennis, un po’ come il look degli AC/DC parecchi anni dopo.
Visto che eravamo uno dei gruppi che facevano da spalla a Jimi e avevamo in repertorio “Stone Free” decidemmo di suonarla quel pomeriggio.
Sebbene la suonassimo in maniera abbastanza simile all’originale, per il cantato... beh, non conoscevamo l’inglese e quindi Ivo la cantava in maniera “onomatopeica”, cercando di imitare la pronuncia anglosassone, come quasi tutti i gruppi italiani dell'epoca quando cantavano in inglese. Mi chiedo se Jimi avesse sentito la nostra versione, e se si, in tal caso, si sarà piegato in due dal ridere.

Durante il concerto pomeridiano anche Jimi suonò “Stone free” ma lo fece in una maniera inusuale.



Fu un concerto incredibile nonostante i problemi tecnici di Jimi.

Quel pomeriggio ho imparato così tante cose nuove dal punto di vista musicale che poi ci ho impiegato degli anni per impararne di altrettante.

Il mio unico rammarico è che dopo il concerto non ebbi più modo di rincontrare Jimi Hendrix.


domenica 19 aprile 2009

Johnny Jones, La leggenda del Nashville Blues



Johnny Jones & the King Casuals
Leggende del Nashville Blues

Nato nel 1936, Johnny Jones all’età di tredici anni decide di suonare la chitarra dopo aver visto a Memphis, quello che fu il il suo primo concerto blues, Joe Hill Louis

Si trasferisce con la madre a Chicago nei primi anni ’50 e ancora adolescente nella Windy City, ha modo di far pratica e lavorare regolarmente assieme a Junior Wells e Freddy King. Suona anche con Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Robert Lockwood Jr. e B.B King.

A quei tempi condivideva un appartamento con l’armonicista Walter McCollum, con cui avrebbe anche formato il suo primo gruppo.

A cavallo degli anni ‘50s e ‘60s Johnny Jones torna a Nashville e intraprende la carriera di chitarrista di studio.
All'epoca la città era più conosciuta per essere un punto di riferimento della scena musicale R&B e Blues che non come, in tempi più recenti, capitale della musica country and western americana.
Nei club di Nashville, locali come il New Era, il Baron o il Club del Morocco, si esibivano famosissimi personaggi della scena R&B, artisti quali Ray Charles, Etta James, Ike and Tina Turner e Bobby “Blue” Band.
E' in quell’ambiente nei primi anni ’60 che Johnny Jones forma gli Imperials Seven e viene subito ingaggiato al New Era.
Proprio in quel periodo la sua carriera incrocia quella di un diciannovenne Jimi Hendrix appena congedato dall’esercito.
Jimi era un ammiratore di Johnny Jones e spesso gli chiedeva consigli e si fermava ad assistere ai suoi concerti.



Ricorda Johnny Jones:
A quei tempi, erano gli inizi degli anni ’60, forse il 1961 o il ’62, suonavamo con gli Imperials per sei sere la settimana al New Era di Nashville ma a volte ci capitava di esibirci a Clarksville nel Texas. Lì venivano ad ascoltarci tutti i soldati in licenza da Fort Campbell. Notai questo ragazzo che si fermava sotto il palco e restava con gli occhi fissi alla tastiera della mia chitarra, non perdeva una nota. Capii che stava cercardo di carpire i segreti del blues. Più avanti me lo ritrovai a Nashville, sempre sotto il palco… e mi chiedeva consigli, diceva che voleva imparare il vero blues e io dalla mia, avevo il funk e le note sommesse del Delta. Allora, Jimi, Billy Cox e Larry Lee suonavano già nei King Casuals, io vi entrai qualche anno dopo.
(intervista di Roby, Novembre 2008)



“ Non era tuttavia Jimmy a venire considerato la chitarra rhythm & blues più "calda" della città; tale onore apparteneva al solista degli Imperiais, Johnny Jones, opinione questa mai condivisa da Larry Lee: "...Jimmy mi impressionava molto più di Johnny. La gente aveva paura persino a nominare Jimmy. 'È un pazzo' dicevano. Ma io sentivo che in lui c'era qualcosa... Il suo suono era più fluido di quello di Johnny, più naturale, più partecipe... aveva più tensione emotiva. Mi pare ancora di vederlo mentre suona nelle soffitte o nella cucina di qualcuno. Suonava in continuazione e quando cominciava la sua mente era concentrata solo su quello". Ma Larry dice anche un'altra cosa, vale a dire che Johnny era l'idolo di Jimmy, il quale passava intere serate a guardare l'altro esibirsi sul palco. Jimmy era in effetti molto sensibile a questa presunta rivalità; Jones possedeva una chitarra migliore e un'amplificazione più potente e Larry ritiene che Jimmy non cercasse di suonare al New Era, il miglior club rhythm & blues della città, soprattutto perché consapevole dell'inferiorità del proprio equipaggiamento. Tuttavia una sera in cui Johnny stava suonando al Baron, Jimmy e Larry decisero di fargli vedere chi fosse il migliore della zona. Johnny era seduto al bar in attesa di ricominciare lo spettacolo quand'ecco arrivare Jimmy e Larry sbuffanti e ansimanti per aver trasportato l'amplificatore lungo tutta la strada, mentre Jimmy cercava di non danneggiare la chitarra. "Cosa state facendo voi due?" ,

chiese Johnny. "Siamo qui per prenderti a calci nel sedere, ragazzo!" fu la risposta. "E questa è la volta buona." Johnny e Jimmy salirono sul palco: Johnny sparò tutta la potenza dell'amplificatore, mentre Jimmy, stranamente, girò al massimo la manopola dei bassi del suo apparecchio e suonò dolce e morbido alla maniera di B.B. King. Tutti iniziarono a ridere tranne Larry Lee, che non trovò la cosa affatto divertente. "Jimmy scese dal palco e io gli dissi: 'Ma cosa diavolo hai combinato? Mi sarei nascosto. Abbiamo trasportato questo schifo di roba per tutta la strada come due idioti e l'unica cosa che hai saputo fare è stato mettere dei bassi nell'amplificatore'. 'Beh,' rispose Jimmy 'ho solo cercato di rifare il suono di B.B. King.'". Fu cosi che Johnny Jones si mangiò vivo Jimmy e i due lasciarono il club con la coda fra le gambe. "Appena usciti ci ridemmo sopra ma fu comunque una faccenda imbarazzante." Forse Jimmy non aveva troppa voglia di "prendere a calci nel sedere" Johnny ed è più probabile che si trattasse piuttosto di un'idea di Larry, infastidito dal mancato riconoscimento del talento chitarristico dell'amico.”
(Harry Shapiro Caesar Glebbeek, Una foschia rosso porpora, Arcana Editrice)

Johnny suonò anche la chitarra ritmica per Clarence “Gatemouth” Brown durante le sue apparizioni al famoso show televisivo di Hoss Allen “The!!!!Beat”.
Lì ebbe anche modo di rinnovare l’amicizia e la collaborazione con Freddy King, anche lui spesso ospite della trasmissione.

Subito dopo, si unì ai King Casuals e nel 1968 ne divenne il leader e firmò un contratto con la Brunswick Records. Per questa etichetta registrò tre singoli (“It’s Gonna Be Good”, “Soul Poppin’” e una versione soul di “Purple Haze”) che ebbero un discreto successo in America, e Johnny Jones venne descritto dalla critica come “il primo blues-man con influenze funky.”



Dopo qualche altro album per la Peachtree Records di Atlanta, Jones suona con Bobby “Blue” Bland .



Johnny Jones plays Jingle Bells

Verso la fine degli anni ’70, angustiato da problemi economici e frustrato per i pagamenti irregolari, Johnny Jones si ritira dalla scena musicale e riappare un decennio dopo per reclamare il suo posto d’onore sulla scena blues e ricomincia ad incidere nuovi album per le etichette Black Magic, Northern Blues e Alligator Records.







Young Doc Blakey and his blues mentor Johnny Jones

Per approfondire:


http://funky16corners.tripod.com/9_johnnyjones.htm

http://nashlinks.com/sixties.htm

http://www.northernblues.com/bio_jjones.html

giovedì 16 aprile 2009

Jimi Hendrix a Milano (Suoni & Visioni,27 Aprile 2009)


Jimi Hendrix a Milano (Suoni & Visioni,27 Aprile 2009) Non stop video

A un passo dal quarantesimo anniversario della morte, ecco un ventaglio ampio e accattivante, che promette di stupire e stuzzicare anche i più accaniti fedelissimi: è quello organizzato per l'omaggio video a Jimi Hendrix.
Il grande mancino viene qui raccontato e riepilogato attraverso oltre due ore che fotografano l'immensità del performer 'live', ma anche lo spessore del compositore, di cui emergono variabili e sfumature in quantità.
La selezione parte da lontano, addirittura dal 1965 quando, giovane e acerbo, Jimi è alle prime armi (qui con Buddy & Stacey and The Upsetters, il gruppo di Little Richard), mentre l'anno dopo, all'approdo in Europa, lo si vede insieme a Johnny Halliday, a Parigi.
Vita breve quanto intensa: lo si ritrova nel backstage con i Rolling Stones e in una serie impressionante di riprese di superba efficacia (al New York Rock Festival, nel 1968, a Woodstock, nel '69, all'Isola di Wight, nel '70 e a Maui, nelle Hawaii, in una sequenza non compresa nel montaggio del film "Rainbow Bridge").
Presenti molte delle canzoni simbolo di un musicista rimasto ineguagliato ("Hey Joe", "Purple Haze", "Voodoo Chile", "Foxy Lady" oltre a numerose cover, "Wild Thing", "All Along the Watchtower"...), sono stati raccolti infine segni dell'arte hendrixiana anche da vari special tv e in un rarissimo scorcio del suo arrivo all'aeroporto di Roma, nel maggio 1968.

In pratica un concerto 'ideale' di Jimi Hendrix
che si terrà
il 27 aprile 2009,alle ore 21
presso lo Spazio Oberdan (Viale Vittorio Veneto 2, Milano), tel. 02 7740 6300/6302
- ingresso libero fino ad esaurimento posti -

http://www.allaradio.org/rubriche/news/ricordare_l_insuperabile_jimi_hendrix_ezperience_7083

L'evento sarà anche occasione d'incontro tra coloro che assistettero al concerto di Jimi a Milano il 23 maggio 1968. Una serata assolutamente da non perdere!

sabato 11 aprile 2009

Un giorno che non dimenticherò mai. (quella volta che ho visto Jimi Hendrix)


Quello del '68 a Bologna, poteva essere un maggio come tanti altri ma non per me. Il tempo era mite ma non così il mio animo, sempre più inquieto.
Ero molto attento a ciò che succedeva nelle scuole. A 16 anni, già lavoravo, ma ascoltavo i racconti degli amici che studiavano e capivo che qualcosa stava cambiando.

Appassionato di musica, vivevo i momenti più significativi ed esaltanti quando mi ritrovavo con gli amici ' musicisti, nella cantina dell'uno o dell'altro, finché il volume sempre troppo alto dei nostri amplificatori Montarbo e Davoli suscitava le proteste degli inquilini che ci intimavano di andare a suonare altrove.
Eravamo uno dei tanti gruppetti rock, ci facevamo chiamare - THE FEELING -
e in quegli anni cercavamo di imitare i grandi gruppi inglesi o americani. L'età media non
superava i 17 anni: solo Ermanno, il tatierista, aveva la patente.
Tiziano e Daniele, rispettivamente il bassista e il batterista, durante le lezioni al liceo, sceglievano le canzoni o i brani da proporre agli altri e pensavano agli accordi.
Paolo, il batterista, ed io attraversavamo tutta la città col 'vespino, per arrivare da Tiziano, il più informato musicalmente, ad ascoltare e scambiarci i dischi, per imparare i pezzi e prendere giù le parole.

Fu durante uno di questi incontri che ascoltammo il 45 giri dei JIMI HENDRIX EXPERIENCE, appena uscito: Foxy Lady.
Tiziano, conoscitore della musica più all'avanguardia e meno commerciale, ci parlò di questo trio,
formato da un bassista e un batterista inglesi e da un chitarrista di colore americano, attorno al quale c'era come un alone di mistero, data la scarsità di notizie e di informazioni, anche le riviste
specializzate italiane non parlavano molto di lui.
Il suo modo di suonare , comunque, ci affascinò.
Poco tempo dopo, venimmo a sapere che i J.H.E. avrebbero compiuto una tournée in Italia:
una magnifica coincidenza!
Ricordo ancora sui muri di Bologna i grandi manifesti che ne annunciavano il concerto al Palazzo dello Sport.
Impossibile mancare!

Al concerto del pomeriggio, avevamo i biglietti per le gradinate, ma riuscimmo ad eludere la
sorveglianza e a scendere in platea, il più possibile vicino al palco.
Si susseguirono alcuni gruppi musicali di supporto, di cui ho un vago ricordo.
La mia attenzione era catturata dalle sofisticate strumentazioni che, fino a quel momento, avevo ammirato solo sulle riviste specializzate.
Mentre il presentatore ci invitava alla calma e al silenzio, per creare l'atmosfera adatta
all'esibizione del gruppo che tutti aspettavano, ecco sul palco due tipi, capelli lunghi, batteria,
basso e amplificatori Marshall.
Cominciarono a sistemare e ad accordare gli strumenti: erano il batterista Mitch Mitchell e il bassista Noel Redding.
Ero al colmo dell'eccitazione, mi sembrava di non riuscire a fissare nella mia mente niente e nessuno, anche perché ero seduto dove non dovevo.... Ad un tratto con misto a curiosità e stupore, il mio sguardo fu attirato da un ragazzo di colore vestito con un completo di velluto verde, capelli stirati con le 'mechés, custodia da chitarra elettrica in mano e due splendide ragazze a fianco, comparso ad una delle entrate della platea, a pochi passi da me.
Volgeva intomo gli occhi miti e lo sguardo sereno, per niente turbato da quelle persone che si erano accorte della sua presenza, e che gli stavano precipitando addosso.
Quel ragazzo... era JIMI HENDRIX.
Io, bloccato sulla mia sedia, guardavo e non capivo, preoccupato di non perdere il posto occupato abusivamente.
Subito però, due carabinieri, che a JIMI non avevano dato nessun'importanza, gli fecero scudo, allontanando le persone, e sparirono verso lo spogliatoio del Palazzo dello Sport.
Hendrix riapparve più tardi ai piedi del palco, accompagnato dalle due ragazze, molto acclamate dal pubblico maschile, e salì la scaletta salutando, tra gli applausi frenetici del pubblico.

Ed io ero lì, potevo sentirlo, guardarlo, mentre suonava la chitarra in modo fantastico, come non
avevo mai visto fare, godere delle infinite sensazioni che solo la sua musica sapeva suscitare ...
Era il 26 Maggio 1968, un giorno che non dimenticherò mai

Mauro Filippini


venerdì 3 aprile 2009

Roma, Teatro Brancaccio, 24 maggio 1968. Concerto pomeridiano



A quei tempi io avevo 21 anni ed eravamo un gruppo di ragazzi, tutti amici che abitavamo nello stesso quartiere.
Insieme condividevamo quel tipo di interessi, ascoltavamo Bandiera Gialla, andavamo al Piper, facevamo le feste, giradischi, eccetera eccetera.
A casa mia avevamo ripulito la cantina e suonavamo, cioè cercavamo di suonare anche noi, con scarsissimi risultati, almeno per quel che mi riguarda.
Facevamo di tutto per non mancare a concerti e tutto quello che ci poteva capitare.
Infatti quasi tutti gli altri videro i Beatles a Roma ma io purtroppo no, questo a causa di un appuntamento mancato con una ragazza proprio fuori dal Teatro Adriano, però dai Rolling Stones in poi non mancai un concerto, e per di più entravamo scavalcando e anche più di una volta, perchè chi veniva scoperto veniva cacciato via ed era costretto a scavalcare di nuovo.

Era anche il periodo dei miei primi viaggi all'estero.
Io mi ero gia fatto due giri a Londra in autostop, acquistando là tutti i dischi del 1966 e prima di tornare aspettai l'uscita di Revolver, che ho ancora, ovviamente. A Londra vidi anche The Who al Tiles Club in Oxford street.

Quando venimmo a sapere che Jimi avrebbe suonato a Roma, ovviamente non potevamo mancare.


Il giorno 24 maggio, insieme agli amici di allora, andammo per assistere al concerto pomeridiano, che sebbene fosse organizzato dal Titan Club si tenne al Teatro Brancaccio.
Probabilmente questo perché il Titan Club era molto piccolo e non aveva la capienza necessaria.
Mi ricordo bene come era fatto il Titan, ed era più una cantinona che un teatro.

Io mi ero munito di una macchina fotografica Pentax per poter immortalare l’evento.
Quando iniziò il concerto io ero in galleria e scesi fin sotto al palco per scattare delle fotografie. Mi ricordo che Jimi ad un certo punto, infastidito dal flash, smise di suonare e mi mandò a quel paese con la mano, anch’io smisi subito e scappai via tornando al mio posto per paura di perdere anche le poche foto che avevo fatto…


....Forse perché erano la mie prime foto, ma ora dico che non erano un gran che come foto: ne ho fatte di migliori, negli anni seguenti, a Zappa, Santana, eccetera.
Avrei dovuto mantenere quel genere, e continuare a fotografare i concerti, invece mi sono trovato a fotografare la politica e il Vaticano.
…Mi accorgo ora che molti ricordi purtroppo se ne sono andati, in fin dei conti si tratta di 40 anni fa....
Non mi ricordo i colori dei suoi vestiti, non rimasi particolarmente impressionato da qualcosa, ero infatti troppo preso a tentare di fare foto. Non ricordo neanche le canzoni, allora non le conoscevo ancora bene...


Nel Settembre del 1970 tornando da un viaggio a Copenaghen, mi fermai a Rotterdam, avevo infatti visto i manifesti di un concerto di Jimi Hendrix.
Arrivai di notte, stanchissimo e dormii per terra fuori dello stadio, non avevo i soldi per entrare ma non avrei comunque visto Jimi, in quanto la sua partecipazione al Festival fu annullata.

Appena tornai in Italia, giunse la triste notizia della sua morte.

Testimonianza di Domenico Chianura, Roma.

mimmotriumph@yahoo.it