giovedì 30 aprile 2009

Quarant'anni fa, Jimi Hendrix a Roma

Ringrazio di cuore il blog Indie Rocker Revolution, per avermi dato il permesso di riprodurre integralmente il loro interessante articolo.

http://indierockerrevolution.blogspot.com/2008/05/quarantanni-fa-jimi-hendrix-roma.html

Quarant'anni fa, Jimi Hendrix a Roma

Riceviamo e volentieri pubblichiamo (e-mail dall'amico Franco R, con allegata foto kodak)

Un sabato di 40 anni fa a Roma: 24-25 maggio, concerto di Jimi Hendrix

L’anno ’68 è stato vissuto in uno stato di semi-coscienza, non si capiva bene, ma si intuiva dove andare, da che parte stare; a spingere le prime assemblee, le manifestazioni, il movimento, ma anche cose semplici: la contestazione giovanile, i capelli lunghi, l’abbigliamento, la musica.
Ad aprile era stato assassinato Martin Luther King con conseguenti tensioni razziali e fermenti giovanili; quel maggio a Parigi vi furono le barricate degli studenti e l’inizio del ’68, in Italia, mese della Madonna, vennero comunque occupate la Statale e la Cattolica e……l’arrivo di Jimi Hendrix.
Quell’anno ero uno dei tanti 20enni innamorati pazzi del rock al quale un bel giorno arrivarono confuse notizie circa un concerto che Jimi avrebbe tenuto a Roma per promuovere l’LP Are You Experienced?; come se fosse previsto lo sbarco dei marziani, nessun’altra notizia, tanto meno circa il luogo e l’ora d’inizio, i più fortunati avevano avuto modo di vedere una sua foto o di ascoltare Foxy Lady alla radio come sigla di Per Voi Giovani.
Allora suonavo la batteria in un Complesso, così come venivano chiamati e con il chitarrista decidemmo di partire; la sua presenza era indispensabile perché imparava e memorizzava ogni cosa che ascoltava, non leggeva una nota, ma era in grado di ricomporre i pezzi. Cominciai a sondare il terreno a casa e ottenuto l’ok, come raggiungere Roma? L’ideale era trovare una macchina: chiedemmo a scuola e in comitiva, dove ingaggiammo due con la mitica 500. A Roma, eccitati per essere riusciti a trovare subito i biglietti (2.500 lire ognuno), si respirava un’aria magica, psichedelica, simile a quanto accadeva a Londra e Amsterdam con concentrazioni di capelloni contestatori nelle principali piazze; all’epoca portare i capelli lunghi era pericoloso, ma andammo lo stesso a Piazza di Spagna dove gruppi di capelloni stazionavano da tempo, per sentirci uno di loro, successivamente al mercato di Via Sannio dove allora era possibile trovare capi di abbigliamento originali militare, hippie, beat o rock.
Trovammo il Teatro Brancaccio, dove si sarebbe esibito a sera Jimi Hendrix, con largo anticipo ma appena in tempo per ascoltare confusamente le ultime note del concerto pomeridiano; improvvisamente si aprì la tenda dell’atrio e un boato salutò Hendrix, subito dopo gruppi di giovani uscirono di corsa dalla sala urlando e staccando dai muri tutto quanto c’era con la faccia di Jimi Hendrix, eccitati facemmo lo stesso dal muro alle nostre spalle sul quale ci eravamo schiacciati.
Entrammo, era un teatro con appena 2.000 poltrone di legno e prendemmo posto sulla destra a pochi metri dal palco; dopo l’esibizione di sconosciuti gruppi nostrani, si apre il sipario ed ecco i mostri, i primi amplificatori di quelle dimensioni, poi uscì Jimi che accordava la Stratocaster bianca, indossava pantaloni di velluto rosso scarlatto e camicia rosa con volants, i capelli meno lunghi del solito con meches bianche sui lati. Improvvisamente le note del primo pezzo, rimanemmo impietriti dal volume proibitivo per chi era abituato in fondo ad ascoltare solo delle canzoni; era il suono che avevamo sempre sognato, sembravano tre chitarre in una, la batteria, contrariamente agli altri pezzi rock dell’epoca non era in primo piano, martellante e non sembrava neanche amplificata. L’eccitazione saliva, la sala rumoreggiava forse per il bisogno di commentare ad alta voce quello cui stava assistendo, … incredulità! … disorientamento!
Eseguiva pezzi senza toccare le corde, ma solo percuotendo il corpo della chitarra che sprigionava una quantità pazzesca di watt o usando la sola mano degli accordi, le sue mani sembravano ferme e non si capiva come facesse a fare la ritmica e il solista nello stesso tempo; suonava sempre e comunque, con i denti, dietro la testa o sotto la gamba, poi si lanciò contro gli amplificatori, il tutto in una valanga di suoni, distorsioni e wha-wha che nessuno aveva mai sentito da alcun strumento. Alla fine, lanciò la chitarra in aria ed uscì di scena.
Fu il creatore della musica psichedelica, delle suggestioni, non c’erano messaggi, il suo mondo era denso di racconti indiani, gioia di vivere, voglia di libertà; una realtà fatta di sogni, fumetti, fantascienza, teorie cosmiche.
Durante il viaggio di ritorno, eravamo ancora sotto shock, certi di aver visto qualcosa di unico, un marziano, e non parlammo d’altro tutta la notte con la consapevolezza di non poter mai arrivare a suonare qualcosa neanche lontanamente simile a ciò che avevamo ascoltato. Nei mesi successivi, con i compagni del Complesso, continuammo a suonare ancora per un po’ inserendo Hey Joe, il brano più semplice, con molta moltissima modestia per poi smettere definitivamente di suonare.
Jimi non ha avuto il tempo di invecchiare, la sua breve vita musicale (4 anni, 1400 giorni) è passata alla velocità della luce, è rimasta nella dimensione giovanile dell’eroe con la chitarra, del mito e come tale appartiene ai giovani di oggi come quelli della sua generazione.
Unici souvenir di quel giorno, la copia di questa foto che ho scattato con la mia Kodak, l’originale è del chitarrista (oggi insegnante di musica) che comprò il rullino e pagò lo sviluppo, e l’LP Are You Experienced? Rimasto a casa della mia compagna di università ed ancora oggi lì.
Raccontarlo ora 40 anni dopo, serve a capire meglio, ad amare di più, a ricordare la sua breve e intensa stagione.

testo e foto in alto by Franco R
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