lunedì 25 maggio 2009

Hendrixiani di ferro

Milano, Sabato, 23 Maggio 2009

E' pomeriggio e fa caldo...
Esco dalla metropolitana a Cadorna, spero che li, sotto gli alberi di Viale Alemagna sia più fresco...

"E' esattamente come quarantuno anni fa", mi fa notare il maestro Alex Schiavi e così concorda anche Rosanna Maiocchi, loro c'erano in quel lontano maggio, e insieme ci avviamo verso il Piper.

Giunti all'imbocco del viale, diamo via all'installazione del maestro Alex Schiavi e cominciamo ad attaccare i manifesti.

Subito un paio di ragazzi ce ne chiedono uno, pare ci stessero aspettando perchè ne avevano avuto notizia tramite internet.


Ben presto la cancellata dei giardinetti del Piper comincia a riempirsi di immagini di Jimi, molti passanti si fermano incuriositi e chiedono un manifesto.

Anche Fabio Treves ci raggiunge, e mentre io e il maestro attacchiamo i manifesti, lui racconta, lui c'era quel pomeriggio del '68 e ha portato delle foto che mostra a tutti...

Non arriviamo a metà della cancellata che ci raggiunge anche Gianni Andreozzi degli Stone Free e Tino Capelletti, mitico bassista della Treves Blues Band.

Siamo un bel gruppetto di gente, tutti hendrixini di ferro, lì riuniti a rendere omaggio a Jimi Hendrix.


Ad opera conclusa, veramente soddisfatti per l'interesse anche dei passanti, tutti insieme ci andiamo a rinfrescare con una fresca cedrata,

ma non è finita qui...

Con Fabio Treves ci siamo accordati per una
puntatona speciale su
Jimi Hendrix e il Blues
,
che trasmetteremo su
Radio Lifegate "Life in Blues"
il 4 Giugno alle ore 22,00.

Sarà una puntata assolutamente da non perdere per gli amanti del blues e di Jimi Hendrix.


Lunedi 22 giugno 2009 è certamente una grande giornata per tutti gli amanti della vera musica e del grandissimo chitarrista Jimi Hendrix: allo spazio Oberdan viene ripresentato (a grandissima richiesta popolare) tutta una serata con filmati inediti del grande chitarrista, un peccato non esserci.


Il 22 Giugno 2009
allo Spazio Oberdan alle ore 21,00
sarà riproposta
la serata non stop video dedicata
a
Jimi Hendrix.


Nella stessa occasione anche il maestro Alex Schiavi riproporrà la sua installazione.

Milano, lunedi 22 giugno 2009
Piazza Oberdan e dintorni di Porta Venezia
- dalle ore 18.00 -
"JIMI HENDRIX DAY"
Installazione di ALEX SCHIAVI
dedicata
a
Jimi Hendrix!!!!!!!!!!!



In concomitanza, e con inizio alle ore 18.00, tutto attorno a piazza Oberdan, Porta Venezia ed angoli adiacenti, il Maestro e Musicista ALEX SCHIAVI (che da anni realizza installazioni dedicate a Jimi hendrix, e che ebbe anche la grandissima fortuna di assistere al suo unico show milanese del 23 maggio 1968) affiggerà mille locandine raffiguranti Jimi Hendrix.
Un vero e continuato omaggio cartaceo , ed ognuno poi potrà staccare le locandine e portarsele a casa come un piacevole ricordo di questa giornata.
E' quindi un invito a tutti, ancor più a chi vuole vedere (purtroppo solo in film) che cosa vuol dire suonare veramente la chitarra elettrica. Non mancate.
Ingresso gratuito.

lunedì 18 maggio 2009

Jimi Hendrix e il Blues

A Blues (r)evolution

Se Jimi non fosse stato destinato a diventare una stella del rock e ritrovarsi oggetto dei più svariati sentimenti da parte del pubblico — idolatrato, idealizzato, pubblicizzato, probabilmente sarebbe rimasto un oscuro professionista del blues, per poi se mai, diventare oggetto di indagini e di ricerche, documentato come uno dei più grandi musicisti di blues, acclamato alla pari di un nuovo Robert Johnson, finito in povertà, ma ricercato e apprezzato dai veri intenditori discografici. Più o meno così scriveva Chris Welch, il direttore di Melody Maker, nei primi anni settanta.

Qui un acerbo ma già graffiante Jimi Hendrix nel 1964 con gli Isley Brothers

Move over let me dance





Il più vecchio filmato conosciuto di Hendrix risale al 1965 e venne registrato dal vivo per la TV di Nashville Channel 5.
Qui Jimi suona la chitarra con il gruppo "The Royal Company" che accompagna Buddy & Stacy degli Upsetters (il gruppo di Little Richard)

- WLAC TV Studios - Night Train -

SHOTGUN



Siamo sempre nel 1965 e qui un acerbo ma già graffiante Jimi Hendrix che ai tempi si faceva chiamare “James Maurice” oppure “Jimmy James” a seconda dei casi, suona la chitarra in una cover di BB King con Curtis Knight.

Dicembre 1965, Hackensack, New Jersey

Sweet Little Angel




Primavera 1966, Cheetah Club, New York

I'm a man




Nel 1966 Jimi viene scoperto da Chas Chandler che lo porta a Londra dove fonda gli Experience. Da lì inizia la sua sfolgorante ascesa al successo. Meno di un anno dopo ad una domanda in cui gli si chiedeva di definire la sua musica, nel 1967 Jimi diceva:
“Tutto quello che suono è blues. Blues elettrico. Le mie radici? Muddy Waters, Howling Wolf, BB King e via dicendo….”

Questo brano registrato con gli Experience, viene a volte introdotto in concerto da Jimi come “Experiencing the blues” o “Muddy Waters blues” ed è un omaggio al blues.

Radio One, Londra 1967
Catfish Blues



Quello che maggiormente caratterizza il blues è la sua connotazione malinconica e nostalgica, la visione disincantata e amara della vita.
I testi parlano sovente di amori sfortunati, solitudine e vagabondaggi.
Però vi sono anche altri tratti che caratterizzano il blues che non è solo la musica del diavolo. La gioia e la speranza, non compaiono meno frequentemente della tristezza e la speranza di affrancamento è lì pronta a convincerti che la vita merita di esser vissuta anche quando sei pieno di guai.
Credo che questa musica, con quella strana sensazione che puoi chiamare blues, tristezza, malinconia o in mille altri modi, abbia la straordinaria capacità di toccare nel profondo chi lo suona e chi lo ascolta e farlo sentire migliore. E, magari, un pò meno solo
Ma al di là di ogni spiegazione, il blues è qualcosa che si deve avere nell’anima, una categoria dello spirito, una predisposizione d’animo.
Per apprezzare ed amare il blues, bisogna “avere il blues” e Jimi aveva il blues, lo conosceva bene, data la sua difficile infanzia, la prematura scomparsa della madre, le difficoltà della vita sulla strada.
Per Jimi Hendrix la musica significava anche momenti di gioia, quelli dei tempi felici in cui i genitori vivevano ancora insieme e accudivano lui e il fratellino Leon. La musica e la danza svolgevano un ruolo fondamentale all'interno del rituale magico nelle stupefacenti storie indiane che la nonna Nora, che era di discendenza Cherookee, raccontava al piccolo Jimmy.
La musica era divertimento era evasione dalla tristezza, affrancamento dallo squallore ma soprattutto era stare insieme come con una grande famiglia.
Quando poteva Jimi si univa con altri musicisti per suonare lunghe jam sessions.
Qui gli estratti di alcune jam

17 marzo 1968 Cafè au Go Go
Paul Butterfield on harmonica, Elvin Bishop on guitar, Harvey Brooks on bass, Herbie Rich on organ, Buddy Miles on drums, Phillip Wilson on drums and a certain Jack (James Tatum) on sax

Instrumental Jam






Steve Paul's Generation Club, New York 2 Aprile 1968
Eric Oxendine, B.B. King, Mitch Mitchell, Al Cooper

Like a rolling stone




Untitled Jam



Ancora dei blues tra vecchi amici, questa volta in studio.
Jimi passava lunghe ore a suonare jam session nei vari club newyorkesi e quando questi chiudevano Jimi aveva già lo studio prenotato.
Dopo aver passato la serata al Scene Club, Hendrix tornò al Record Plant per improvvisare. Una volta in studio, lui, Cox e Miles furono raggiunti dai chitarristi Stephen Stills e Johnny Winter

Record Plant 7 maggio 1969

Earth blues jam




Record Plant, New York, 28 Agosto 1969
con John Mc Laughlin?

Easy Blues




cliccare qui per leggere la continuazione dell'articolo:
Jimi Hendrix e il Blues (Parte 2)


martedì 12 maggio 2009

Un sabato Hendrixiano!!!!!!!!!!!!!


Installazione artistica del
Maestro
ALEX SCHIAVI
dedicata a
JIMI HENDRIX

Milano, sabato 23 maggio 2009
a partire dalle ore 16.00.
Lungo Viale Alemagna

Il 23 maggio 1968 suonava a Milano il grandissimo chitarrista americano: fu il suo unico concerto milanese che si tenne al Piper, locale sito sotto la Triennale, che ora non esiste più.
Impossibile dimenticare questo show, che lo vide protagonista insieme alla Experience (Mitch Mitchell alla batteria, Noel Redding al basso).
Sia JIMI HENDRIX che i suoi due collaboratori ci hanno lasciato, ma la loro musica, la loro arte ed il loro valore vivono e resistono nel corso dei decenni.

Impossibile dimenticare Jimi Hendrix.
ALEX SCHIAVI ebbe la fortuna di assistere al suo unico show milanese (il serale, dato che il pomeridiano venne stranamente cancellato), e mai lo dimenticherà.
In memoria di questo indimenticabile show, come tutti gli anni, il maestro ALEX SCHIAVI appenderà lungo tutta la recinzione del Parco Sempione (in viale Alemagna stesso) ben 500 manifesti raffiguranti JIMI HENDRIX ed i due dell'Experience.
Poi ognuno potrà prendere gli stessi manifesti e portarseli a casa come ricordo: il tutto gratis!
Appuntamento è in viale Alemagna a partire dalle ore 16.00 del pomeriggio (indipendentemente dal tempo, anche in caso di pioggia).

SIETE TUTTI INVITATI, VI ASPETTIAMO.


mercoledì 6 maggio 2009

EXPERIENCING THE BLUES

Blues is easy to play, but not to feel. »
(Jimi
Hendrix)

Fin dalla fanciullezza, la musica fu parte integrante della vita di Jimi Hendrix, fu qualcosa che il suo subconscio assorbì profondamente molti anni prima di iniziare a muoversi con passo incerto lungo il cammino che avrebbe dato forma al suo immaginario musicale.
Le visite a Vancouver erano punteggiate dalle reminiscenze di Nora (la nonna) a proposito dei tempi trascorsi nel corpo di ballo e da stupefacenti storie indiane nelle quali musica e danza svolgevano un ruolo fondamentale all'interno del rituale magico.

La musica significava momenti di gioia, quelli dei tempi felici in cui i genitori di Jimmy vivevano ancora insieme, accudivano lui e il fratellino Leon durante il giorno e la sera andavano a ballare. Al e Lucille prendevano sul serio il ballo e i passi principali venivano prima provati a casa al suono dei dischi della collezione di Al.
Si facevano feste nelle case dei quartieri p
opolari e nella zona dei bordelli, i luoghi dove Jimmy trascorse tanta parte della primissima infanzia. Il sound di Duke Ellington e di Count Basie e il tempo ben scandito del rhythm'n'blues di Louis Jordan, Joe Turner e Roy Milton riempivano l'aria della notte mentre la gente rideva, beveva e ballava fino al sorgere del sole.

La musica era divertimento.

Anche la musica con un messaggio era divertimento, la musica di quella Chiesa Pentecostale tanto importante per coloro che Jimmy considerava la propria famiglia. Egli andava spesso a cantare inni nella chiesa di Dio e Cristo, fra la Ventitreesima e Madison. Da bambino Jimmy venne cacciato una volta da una chiesa per esservi entrato con le scarpe da tennis, fatto che segnò negativamente il suo rapporto con la religione organizzata. Tuttavia il ragazzo non poteva fare a meno di notare (come spiegò una volta a Freddie Mae) che la gente in chiesa sembrava proprio contenta. Era questo il senso del Pentecostalismo, una celebrazione gioiosa del Signore in netto contrasto con il modo molto formale di frequentare la chiesa dei bianchi e con l'austero fondamentalismo dei battisti neri. I pentecostali ospitavano nelle loro chiese musiche e balli religiosi e cantavano canzoni in cui venivano sovente rispecchiate le esperienze quotidiane degli strati più poveri di quella classe operaia nera che costituiva il nucleo principale della congregazione. I cantanti delle Chiese Santificate, compresi i pentecostali, non si facevano problemi morali ne temevano di usare strumenti di solito associati alla musica profana o di far suonare musicisti profani nei loro dischi. C'era posto praticamente per tutto: armoniche, chitarre, tamburelli, anche i suoni delle jug bands. Raccontando le esperienze dei neri sulla terra, i cantanti pentecostali avevano come pericolosi compagni di viaggio i bluesmen, vale a dire i seguaci della musica del diavolo, ma la cosa li turbava molto meno di quanto preoccupasse i battisti e i metodisti.
(Una foschia rosso porpora, Harry Shapiro - Caesar Glebbeek, Arcana Editrice)

Tra i dodici/quattordici anni Jimi era un ragazzino timido ma dotato di una vivace immaginazione, scriveva storie e disegnava immagini elaborando un vivido universo di stelle e pianeti.
Una delle poche materie a cui era interessato e andava bene a scuola era l’arte e il disegno, sebbene, come ai suoi genitori, anche a lui piacesse la musica, stranamente in quella materia non eccelleva anzi era piuttosto scarso.
Jimi crebbe ascoltando la collezione di dischi di suo padre Al, c’erano dischi di Muddy Waters, T-Bone Walker e altri grandi del blues.

Più tardi così ricorderà Jimi:
Il primo chitarrista che veramente mi colpì fu Muddy Waters. Ascoltai uno dei suoi vecchi dischi quando ero ancora un ragazzino e mi spaventò a morte

Ricorda invece Leon Hendrix:
Era un fulmine con la scopa , la suonava come fosse una chitarra e lo faceva in maniera così energica che si staccavano tutte le paglie dalla scopa. (ride) Poi arrivava papà, appena entrava cominciava a gridare come un matto, le vene sulla fronte sembravano dovessero scoppiare. “Le scope costano soldi!...”, ma Jimi continuava a urlare le note pretendendo di suonare la chitarra. Usciva con la scopa, se la portava anche a scuola, tutti avevano cominciato a pensare che fosse un po’ matto. Dopo la scopa, Jimi fece un buco in vecchia scatola di sigari, vi tiro una cordicella nel mezzo e con quella ci tentò di tirar fuori della musica finchè un giorno, papà venne chiamato a pulire un garage, e lì trovò un vecchio ukulele con una sola corda e che stava per essere gettato via, quella fu la prima “chitarra” di Jimi, è da allora che cominciò a far sul serio con la musica, suonando canzoni e facendo esperimenti su una corda sola.

Provare il brivido della musica dal vivo e suonare su una corda sola erano cose che potevano andare bene per un po', ma Jimmy, se voleva imparare sul serio, aveva bisogno di una vera chitarra. Uno degli amici con cui Al giocava a carte possedeva una chitarra acustica. Mentre i grandi erano impegnati nel gioco, Jimmy prendeva di nascosto la chitarra e andava sulla veranda a tentare di suonarla.
Racconterà Jimi in seguito:
Non sapevo di dover girare le corde perché ero mancino ma capivo che così non andava. Ricordo di aver pensato: 'Qui c'è qualcosa di sbagliato'.

La vita familiare di Jimi continuava a declinare.
Suo padre aveva perso un altro lavoro, la loro casa si stava deteriorando fino allo squallore. Ad un certo punto l’elettricità fu addirittura tagliata.
Dopo la scuola Jimi, come quasi tutti i suoi coetanei, vagabondava per il vicinato trascorrendo gran parte del tempo in strada.
Jimmy con il suo fedele cagnolino Prince e il piccolo Leon a rimorchio.


Leon Hendrix:
Mi portava in giro e tornavamo soltanto quando faceva notte. Papà non lo sapeva perché non era quasi mai a casa, anche se qualche volta le denunce dei vicini per il nostro stato di abbandono causavano l'intervento dell'assistente sociale…L’assistente aveva continuato a venire a casa nostra per anni. Ogni volta si fermavano un po’ di più di quella precedente. Io e Jimi venivamo mandati in un’altra stanza, ma riuscivamo a capire cosa dicevano: dovevamo venire dati in affidamento… …D'estate, verso le tre di mattina, noi ragazzi del quartiere ci svegliavamo bussando uno alle finestre dell'altro e ci dirigevamo verso il centro città, dove c'era il mercato, per farci dare frutta e tortine dolci. Nei mesi caldi era una cosa normale. Poi prendevamo un autobus e andavamo a raccogliere fagiolini a un dollaro l'ora. Qualche volta facevamo tardi e lo perdevamo. Lì vicino c'era lo scalo merci. Saltavamo sul primo treno che partiva e viaggiavamo gratis fino al campo dei fagiolini. Lavorando fino a mezzogiorno guadagnavamo qualche dollaro, dopo di ché andavamo a nuotare. Eravamo dei vagabondi e trovavamo sempre chi ci dava da mangiare. Ci facevamo ospitare da chiunque. Jimmy era tutto il mio mondo, il mio unico amico.

Nei suoi vagabondaggi Jimmy spesso si fermava ad ascoltare chiunque stesse suonando.
Jimmy assorbiva la musica da qualsiasi fonte disponibile: i dischi, la radio, capitava persino che si sedesse accanto a un anziano bluesman che suonava in un portico pochi isolati lontano. Il
vecchio eseguiva pezzi country blues e uno dei suoi artisti preferiti era Big Bill Broonzy. Come Jimmy, anche Big Bill Broonzy (che da ragazzo viveva in Arkansas) aveva ricavato da una scato-
la per sigari il suo primo strumento, un violino con cui suonare canzoni country. Fu solo dopo essersi trasferito a Chicago nel 1920, quando aveva già quasi trent'anni, che imparò a suonare la
chitarra e si dedicò al blues. Nel suo repertorio c'erano ragtime, pezzi ballabili, danze rurali; si esibì anche con un gruppo di cinque elementi con fiati. Nei blues lenti e melodici veniva spesso
accompagnato al piano da Black Bob. Jimmy ebbe sempre un debole per le ballate e alcuni dei suoi momenti compositivi migliori trassero ispirazione da questa profonda vena romantica. e finalmente all’età di quindici anni, Jimi ebbe la sua prima vera chitarra.

Leon Hendrix:
Papà pagò con riluttanza i cinque dollari, regalò quella chitarra a Jimi solo dietro l’insistenza e le parolacce di zia Ernestine. Jimmy era così eccitato per la sua nuova chitarra che difficilmente questa rimaneva al di fuori della sua vista (ride) o delle sue mani. Papà insisteva perché lui la suonasse destra perché pensava che tutte le cose che erano mancine venivano dal diavolo, ma nonostante le sue insistenze appena papà usciva, Jimi riaccordava la chitarra al contrario così che la potesse suonare mancina, per lui era più naturale sentire la sua mano destra sul manico. Per capire come accordare la chitarra Jimmy andò in un negozio di musica e lì provò una chitarra già accordata, ci fece passare su le dita un po’ di volte, poi tornò a casa e da allora accordò la sua chitarra .

Subito dopo, il 1 febbraio 1958, Jimmy e Leon dovettero affrontare la più grande tristezza per le loro giovani vite.
Lucille Jeter la loro madre moriva di cirrosi alla giovane età di trentadue anni.
Sebbene lei e Al avessero da tempo divorziato i ragazzi erano molto legati alla madre.
Sia Jimmy che Leon non perdoneranno mai al padre di non aver loro concesso di andare al funerale della madre.
La morte della madre sconvolse il giovane Jimmy che interiorizzò la sua tristezza e seppellì il dolore per la perdita della madre diventando ancora più ossessivo nel suonare la chitarra.
I suoi sentimenti avrebbero trovato completa espressione nei testi delle canzoni e non sembra esagerato affermare che Lucile fu la sua principale ispirazione poetica.
La madre di Jimi era uno “spirito libero”, alieno da ogni convenzione sociale, che spesso eccedeva con l’alcool e si accompagnava ad uomini che si approfittavano di lei e le impedivano di aver cura dei figli. Ma per Jimmy rimaneva pur sempre sua mamma, l’andava a trovare in ospedale di nascosto dal padre e le portava i disegni che aveva fatto a scuola, lui le voleva bene ed era l’unica cosa che sapeva e di cui gli importava. Le era grato per l’amore, poco o tanto che fosse, che lei riusciva a dargli. Lucile diventò una leggenda colma di mistero e fantasia che influenzò profondamente la sua vita.

Jimmy suonava per conto proprio, imparando pazientemente, sperimentando, tentando di
creare un rapporto con lo strumento. Jimmy e la chitarra erano diventati inseparabili; lo strumento si era trasformato in una parte di lui, in un prolungamento del suo corpo e della sua mente, nella porta d'accesso alla sua anima. Si poteva in un certo senso dire che la chitarra fosse Jimmy, gli desse un'identità e gli donasse quella stima di sé che gli era sempre mancata a causa del disordine e dell'emarginazione conosciuti sino allora. La chitarra sarebbe diventata la sua collocazione nel mondo, la sua voce. Ma ora aveva bisogno della potenza necessaria per far arrivare, quella voce il più lontano possibile.

(Continua)

venerdì 1 maggio 2009

25 maggio 1968 – Orrore! Al Brancaccio c'è Jimi Hendrix

Ringrazio di cuore Gianni Lucini per avermi permesso di pubblicare questo articolo apparso sul suo ottimo blog " Rock e Martello, ogni giorno una storia in musica"

25 maggio 1968 – Orrore! Al Brancaccio c'è Jimi Hendrix

Il 25 maggio 1968 il Teatro Brancaccio di Roma ha in cartellone un concerto di Jimi Hendrix. È il secondo e ultimo della breve permanenza romana del chitarrista la cui popolarità si sta diffondendo anche in Italia dopo il successo ottenuto al Festival di Monterey. Nonostante la buona campagna promozionale i giovani della capitale non fanno la fila per essere presenti all’appuntamento ed Hendrix si esibisce in un teatro che presenta numerosi posti vuoti. Non si tratta di disinteresse. I prezzi dei biglietti sono troppo alti per le tasche del pubblico giovanile, l'unico consumatore di questo tipo di musica e un destino analogo tocca anche ai Soft Machine, ai Pink Floyd, a Donovan e Julie Driscoll. Nemmeno il tour degli Who raccoglie i risultati sperati in termini d'incasso, nonostante l'affollamento di ragazzi fuori dai luoghi dove si svolgono i concerti. Qualche tempo dopo il problema del costo dei biglietti ai concerti, legato a quello della reale fruibilità della musica da parte dei giovani, diventerà esplosivo e provocherà grandi mobilitazioni di massa. Nonostante la non entusiasmante partecipazione di pubblico l'esibizione di Hendrix al Brancaccio è all'altezza della fama del chitarrista. Sugli spettatori si riversano le note acide della sua chitarra, ricche di distorsioni armoniche e di suoni elettronici puri, su un tessuto ritmico solido e aggressivo. Un'ovazione accoglie le note di Hey Joe, il brano del suo repertorio più conosciuto dal pubblico italiano, mentre il chitarrista canta con un accento americano molto marcato mangiandosi le parole del testo. Il risultato è una cadenza suggestiva e allucinata che contribuisce all'espressività dell'esibizione. Nei giorni successivi una parte dei critici italiani ignorerà l'evento, ma non mancheranno i commenti entusiastici. Tra tutti, però, quello che passerà alla storia sarà il giudizio dell'inviato del "Messaggero” di Roma, presentatosi all'appuntamento senza conoscere niente dell'artista. Alcune righe del suo articolo gli regaleranno l'immortalità tanto da essere ancora oggi citate come uno dei più clamorosi infortuni del giornalismo musicale italiano. Sono quelle in cui, volendo forse sintetizzare le sensazioni provate, così descrive l'esibizione del chitarrista: «Orrore al Brancaccio... la bruttezza di Jimi Hendrix è tale da superare i comuni concetti estetici».