mercoledì 6 maggio 2009

EXPERIENCING THE BLUES

Blues is easy to play, but not to feel. »
(Jimi
Hendrix)

Fin dalla fanciullezza, la musica fu parte integrante della vita di Jimi Hendrix, fu qualcosa che il suo subconscio assorbì profondamente molti anni prima di iniziare a muoversi con passo incerto lungo il cammino che avrebbe dato forma al suo immaginario musicale.
Le visite a Vancouver erano punteggiate dalle reminiscenze di Nora (la nonna) a proposito dei tempi trascorsi nel corpo di ballo e da stupefacenti storie indiane nelle quali musica e danza svolgevano un ruolo fondamentale all'interno del rituale magico.

La musica significava momenti di gioia, quelli dei tempi felici in cui i genitori di Jimmy vivevano ancora insieme, accudivano lui e il fratellino Leon durante il giorno e la sera andavano a ballare. Al e Lucille prendevano sul serio il ballo e i passi principali venivano prima provati a casa al suono dei dischi della collezione di Al.
Si facevano feste nelle case dei quartieri p
opolari e nella zona dei bordelli, i luoghi dove Jimmy trascorse tanta parte della primissima infanzia. Il sound di Duke Ellington e di Count Basie e il tempo ben scandito del rhythm'n'blues di Louis Jordan, Joe Turner e Roy Milton riempivano l'aria della notte mentre la gente rideva, beveva e ballava fino al sorgere del sole.

La musica era divertimento.

Anche la musica con un messaggio era divertimento, la musica di quella Chiesa Pentecostale tanto importante per coloro che Jimmy considerava la propria famiglia. Egli andava spesso a cantare inni nella chiesa di Dio e Cristo, fra la Ventitreesima e Madison. Da bambino Jimmy venne cacciato una volta da una chiesa per esservi entrato con le scarpe da tennis, fatto che segnò negativamente il suo rapporto con la religione organizzata. Tuttavia il ragazzo non poteva fare a meno di notare (come spiegò una volta a Freddie Mae) che la gente in chiesa sembrava proprio contenta. Era questo il senso del Pentecostalismo, una celebrazione gioiosa del Signore in netto contrasto con il modo molto formale di frequentare la chiesa dei bianchi e con l'austero fondamentalismo dei battisti neri. I pentecostali ospitavano nelle loro chiese musiche e balli religiosi e cantavano canzoni in cui venivano sovente rispecchiate le esperienze quotidiane degli strati più poveri di quella classe operaia nera che costituiva il nucleo principale della congregazione. I cantanti delle Chiese Santificate, compresi i pentecostali, non si facevano problemi morali ne temevano di usare strumenti di solito associati alla musica profana o di far suonare musicisti profani nei loro dischi. C'era posto praticamente per tutto: armoniche, chitarre, tamburelli, anche i suoni delle jug bands. Raccontando le esperienze dei neri sulla terra, i cantanti pentecostali avevano come pericolosi compagni di viaggio i bluesmen, vale a dire i seguaci della musica del diavolo, ma la cosa li turbava molto meno di quanto preoccupasse i battisti e i metodisti.
(Una foschia rosso porpora, Harry Shapiro - Caesar Glebbeek, Arcana Editrice)

Tra i dodici/quattordici anni Jimi era un ragazzino timido ma dotato di una vivace immaginazione, scriveva storie e disegnava immagini elaborando un vivido universo di stelle e pianeti.
Una delle poche materie a cui era interessato e andava bene a scuola era l’arte e il disegno, sebbene, come ai suoi genitori, anche a lui piacesse la musica, stranamente in quella materia non eccelleva anzi era piuttosto scarso.
Jimi crebbe ascoltando la collezione di dischi di suo padre Al, c’erano dischi di Muddy Waters, T-Bone Walker e altri grandi del blues.

Più tardi così ricorderà Jimi:
Il primo chitarrista che veramente mi colpì fu Muddy Waters. Ascoltai uno dei suoi vecchi dischi quando ero ancora un ragazzino e mi spaventò a morte

Ricorda invece Leon Hendrix:
Era un fulmine con la scopa , la suonava come fosse una chitarra e lo faceva in maniera così energica che si staccavano tutte le paglie dalla scopa. (ride) Poi arrivava papà, appena entrava cominciava a gridare come un matto, le vene sulla fronte sembravano dovessero scoppiare. “Le scope costano soldi!...”, ma Jimi continuava a urlare le note pretendendo di suonare la chitarra. Usciva con la scopa, se la portava anche a scuola, tutti avevano cominciato a pensare che fosse un po’ matto. Dopo la scopa, Jimi fece un buco in vecchia scatola di sigari, vi tiro una cordicella nel mezzo e con quella ci tentò di tirar fuori della musica finchè un giorno, papà venne chiamato a pulire un garage, e lì trovò un vecchio ukulele con una sola corda e che stava per essere gettato via, quella fu la prima “chitarra” di Jimi, è da allora che cominciò a far sul serio con la musica, suonando canzoni e facendo esperimenti su una corda sola.

Provare il brivido della musica dal vivo e suonare su una corda sola erano cose che potevano andare bene per un po', ma Jimmy, se voleva imparare sul serio, aveva bisogno di una vera chitarra. Uno degli amici con cui Al giocava a carte possedeva una chitarra acustica. Mentre i grandi erano impegnati nel gioco, Jimmy prendeva di nascosto la chitarra e andava sulla veranda a tentare di suonarla.
Racconterà Jimi in seguito:
Non sapevo di dover girare le corde perché ero mancino ma capivo che così non andava. Ricordo di aver pensato: 'Qui c'è qualcosa di sbagliato'.

La vita familiare di Jimi continuava a declinare.
Suo padre aveva perso un altro lavoro, la loro casa si stava deteriorando fino allo squallore. Ad un certo punto l’elettricità fu addirittura tagliata.
Dopo la scuola Jimi, come quasi tutti i suoi coetanei, vagabondava per il vicinato trascorrendo gran parte del tempo in strada.
Jimmy con il suo fedele cagnolino Prince e il piccolo Leon a rimorchio.


Leon Hendrix:
Mi portava in giro e tornavamo soltanto quando faceva notte. Papà non lo sapeva perché non era quasi mai a casa, anche se qualche volta le denunce dei vicini per il nostro stato di abbandono causavano l'intervento dell'assistente sociale…L’assistente aveva continuato a venire a casa nostra per anni. Ogni volta si fermavano un po’ di più di quella precedente. Io e Jimi venivamo mandati in un’altra stanza, ma riuscivamo a capire cosa dicevano: dovevamo venire dati in affidamento… …D'estate, verso le tre di mattina, noi ragazzi del quartiere ci svegliavamo bussando uno alle finestre dell'altro e ci dirigevamo verso il centro città, dove c'era il mercato, per farci dare frutta e tortine dolci. Nei mesi caldi era una cosa normale. Poi prendevamo un autobus e andavamo a raccogliere fagiolini a un dollaro l'ora. Qualche volta facevamo tardi e lo perdevamo. Lì vicino c'era lo scalo merci. Saltavamo sul primo treno che partiva e viaggiavamo gratis fino al campo dei fagiolini. Lavorando fino a mezzogiorno guadagnavamo qualche dollaro, dopo di ché andavamo a nuotare. Eravamo dei vagabondi e trovavamo sempre chi ci dava da mangiare. Ci facevamo ospitare da chiunque. Jimmy era tutto il mio mondo, il mio unico amico.

Nei suoi vagabondaggi Jimmy spesso si fermava ad ascoltare chiunque stesse suonando.
Jimmy assorbiva la musica da qualsiasi fonte disponibile: i dischi, la radio, capitava persino che si sedesse accanto a un anziano bluesman che suonava in un portico pochi isolati lontano. Il
vecchio eseguiva pezzi country blues e uno dei suoi artisti preferiti era Big Bill Broonzy. Come Jimmy, anche Big Bill Broonzy (che da ragazzo viveva in Arkansas) aveva ricavato da una scato-
la per sigari il suo primo strumento, un violino con cui suonare canzoni country. Fu solo dopo essersi trasferito a Chicago nel 1920, quando aveva già quasi trent'anni, che imparò a suonare la
chitarra e si dedicò al blues. Nel suo repertorio c'erano ragtime, pezzi ballabili, danze rurali; si esibì anche con un gruppo di cinque elementi con fiati. Nei blues lenti e melodici veniva spesso
accompagnato al piano da Black Bob. Jimmy ebbe sempre un debole per le ballate e alcuni dei suoi momenti compositivi migliori trassero ispirazione da questa profonda vena romantica. e finalmente all’età di quindici anni, Jimi ebbe la sua prima vera chitarra.

Leon Hendrix:
Papà pagò con riluttanza i cinque dollari, regalò quella chitarra a Jimi solo dietro l’insistenza e le parolacce di zia Ernestine. Jimmy era così eccitato per la sua nuova chitarra che difficilmente questa rimaneva al di fuori della sua vista (ride) o delle sue mani. Papà insisteva perché lui la suonasse destra perché pensava che tutte le cose che erano mancine venivano dal diavolo, ma nonostante le sue insistenze appena papà usciva, Jimi riaccordava la chitarra al contrario così che la potesse suonare mancina, per lui era più naturale sentire la sua mano destra sul manico. Per capire come accordare la chitarra Jimmy andò in un negozio di musica e lì provò una chitarra già accordata, ci fece passare su le dita un po’ di volte, poi tornò a casa e da allora accordò la sua chitarra .

Subito dopo, il 1 febbraio 1958, Jimmy e Leon dovettero affrontare la più grande tristezza per le loro giovani vite.
Lucille Jeter la loro madre moriva di cirrosi alla giovane età di trentadue anni.
Sebbene lei e Al avessero da tempo divorziato i ragazzi erano molto legati alla madre.
Sia Jimmy che Leon non perdoneranno mai al padre di non aver loro concesso di andare al funerale della madre.
La morte della madre sconvolse il giovane Jimmy che interiorizzò la sua tristezza e seppellì il dolore per la perdita della madre diventando ancora più ossessivo nel suonare la chitarra.
I suoi sentimenti avrebbero trovato completa espressione nei testi delle canzoni e non sembra esagerato affermare che Lucile fu la sua principale ispirazione poetica.
La madre di Jimi era uno “spirito libero”, alieno da ogni convenzione sociale, che spesso eccedeva con l’alcool e si accompagnava ad uomini che si approfittavano di lei e le impedivano di aver cura dei figli. Ma per Jimmy rimaneva pur sempre sua mamma, l’andava a trovare in ospedale di nascosto dal padre e le portava i disegni che aveva fatto a scuola, lui le voleva bene ed era l’unica cosa che sapeva e di cui gli importava. Le era grato per l’amore, poco o tanto che fosse, che lei riusciva a dargli. Lucile diventò una leggenda colma di mistero e fantasia che influenzò profondamente la sua vita.

Jimmy suonava per conto proprio, imparando pazientemente, sperimentando, tentando di
creare un rapporto con lo strumento. Jimmy e la chitarra erano diventati inseparabili; lo strumento si era trasformato in una parte di lui, in un prolungamento del suo corpo e della sua mente, nella porta d'accesso alla sua anima. Si poteva in un certo senso dire che la chitarra fosse Jimmy, gli desse un'identità e gli donasse quella stima di sé che gli era sempre mancata a causa del disordine e dell'emarginazione conosciuti sino allora. La chitarra sarebbe diventata la sua collocazione nel mondo, la sua voce. Ma ora aveva bisogno della potenza necessaria per far arrivare, quella voce il più lontano possibile.

(Continua)

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