giovedì 17 settembre 2009

The last days

Questo è il racconto degli ultimi giorni di Jimi in base alle testimonianze dell’epoca.


6 settembre 1970

Love and Peace Festival Fehmarn



Subito dopo aver suonato al Festival di Fehmarn in Germania, Jimi, Billy e Mitch, tornano immediatamente in Inghilterra.

Ricorda Gerry Stickells:
Quando arrivammo al palco fui colpito con una catena dagli Hell’s Angels.
Fu un’ esperienza tremenda e la sola cosa che potemmo fare fu quella di finire alla svelta il lavoro cercando di andarcene al più presto possibile senza ribattere altrimenti non credo ne saremmo usciti vivi.
Jimi era stato l’ultimo artista a doversi esibire…e alla fine non andò poi così male, Hendrix suonò mentre un taxi dietro il palco aspettava, appena Jimi finì il concerto vi ci fiondammo dentro e via ad Amburgo diretti all’aeroporto…. Giusto in tempo perché appena lasciammo il palco gli Hell’s Angels lo incendiarono.

Ricorda Mitch Mitchell:
Quella notte tornammo a Londra e Billy sembrava ancora in acido (qualcuno in Germania glielo aveva messo a sua insaputa in una bevanda e lui non lo aveva mai provato prima), anzi era sempre più fuori e paranoico così Jimi e Gerry decisero di portarlo da un dottore.


Hendrix pernotta al Cumberland Hotel di LondraAggiungi immagine
8 settembre 1970
Le condizioni di Billy Cox continuano a peggiorare.
Quella sera Jimi va al cinema insieme a Karen Davis e Kirsten Nefer per vedere “Deserto rosso” .

Ricorda Kirsten Nefer:
Insieme a Jimi e Karen andammo in questo piccolo cinema del West End, era un locale veramente strano, arredato vecchio stile con dei sedili di legno.
Il film era molto bello e anche a Jimi piacque molto, tanto che dopo il cinema sembrò essersi un po’ risollevato dalla preoccupazione per Billy, così tutti insieme ci recammo nell’ appartamento di Hendrix al Cumberland Hotel. Mentre eravamo nella sua stanza, dall’Airport Hotel dove alloggiava Billy Cox, arrivò una telefonata in cui si chiedeva a Jimi di correre subito perché Billy stava male. Cox era completamente fuori di testa, gemeva e continuava a ripetere “ Morirò, sono sicuro che morirò “ e Jimi lo confortava dicendogli “Nessuno morirà, non ti preoccupare, non ti ricordi? Siamo amici”

9 settembre 1970
Billy Cox viene imbarcato su un aereo e torna in Pennsylvania dai suoi genitori che si prenderanno cura di lui.

10 settembre 1970
Quella sera Hendrix partecipa ad un party per Mike Nesmith (ex Monkees) al Inn On The Park.

Ricorda Mitch Mitchell:
Jimi quel giovedì mi telefonò e mi disse di stare bene e di avere in mente alcuni nuovi testi per delle nuove canzoni, inoltre non vedeva l’ora di tornare a New York nei suoi nuovi studios.

11 settembre 1970
Hendrix viene intervistato al Cumberland Hotel da Keith Altham per il Record Mirror.

vedi articolo precedente:
http://jimihendrixitalia.blogspot.com/2008/11/11-settembre-1970-lultima-intervista-di.html

Ricorda Keith Altham:
Jimi era fragile ma assolutamente non direi in uno stato depressivo, era infatti estremamente positivo su quello che intendeva fare.


12 settembre 1970
Devon Wilson e Alan Douglas volano a Londra per incontrare Jimi

13 settembre 1970
Anche Mike Jeffery arriva a Londra.
Hendrix chiama Monika Danemann al Samarkand Hotel.

Ricorda Alan Douglas:
Incontrai Jeffery negli uffici della Track Records in Old Compton Street. Mike vi fece irruzione dicendo “Alan, mi devi mettere in contatto con Jimi!”. Non volli sapere i motivi per cui lo cercava perché non volevo aver niente a che fare con lui, mi sembrò disperato e continuava a dire che aveva degli affari urgenti con Jimi e che assolutamente doveva vederlo, fu talmente insistente che alla fine gli dissi “ Senti, va bene, cercherò di rintracciarlo e glielo riferirò” Il giorno dopo ne parlai a Jimi che si incazzò tantissimo.

14 settembre 1970
Hendrix va a trovare Monika Danemann al Samarkanda Hotel e vi rimane.

Ricorda Monika Danemann:
Decise di rimanere segretamente nel ” nostro” appartamento perché desiderava stare tranquillo e non voleva che si sapesse dov’era.

15 settembre 1970
Ed Chalpin della PPX Enterprise vola a Londra.

Ricorda Daniel Secunda
Hendrix era molto provato ed era preoccupato perché le cose non andavano bene, la sua musica non lo soddisfaceva, i problemi di salute di Billy Cox …, la causa legale con la PPX Enterprise e Ed Chalpin…, Mike Jeffery che non lo voleva lasciare andare… Jimi cercava di sfuggire a questa realtà prendendo ogni tipo di droga. Quella sera Hendrix andò al Ronnie Scott’s Club e chiese a Eric Burdon di salire sul palco per una jam session ma poi essendo troppo fatto per riuscire a suonare ci rinunciò.

16 settembre 1970
Jimi passa la maggior parte della giornata con Monika Danemann, verso sera va da solo allo Speakeasy.
Più tardi torna al Ronnie Scott’s Clubs e questa volta è sobrio e suona con Eric Burdon e il suo nuovo gruppo “The War”.



Ricorda Roy Car (NME)
In quella jam session Jimi principalmente suonò la chitarra, solamente accompagnando la band, sembrava stanco ma non abbastanza infatti riuscì ad infilare tra i brani alcuni dei suoi straordinari riff. Dopo la jam, Hendrix si sedette al nostro tavolo e chiacchierammo e ridemmo tutti insieme. Gli chiesi quali fossero i suoi piani e lui rispose che gli sarebbe piaciuto potersi rilassare su un’isola sperduta nel Pacifico e lasciar perdere tutto… Tutti risero pensando a una battuta ma io credo che fosse estremamente serio.

17 settembre 1970

Alan Douglas torna a New York.
Nel pomeriggio Monika Danemann scatta delle foto a Jimi nel giardino del Samarkanda Hotel.


Ricorda Mitch Mitchell:
Alle sette meno un quarto andai da Gerry Stickells che mi disse che Jimi aveva chiamato poco prima chiedendo di me e di ricontattarlo al più presto. Lo richiamai e volle sapere cosa stessi facendo. Gli dissi che ero appena stato a trovare Ginger Baker e stavo andando a Heathrow a prendere Sly Stone. Jimi si eccitò moltissimo all’idea che Sly Stone fosse a Londra e chiese se ci fosse la possibilità di suonare insieme a Sly, così risposi che era il benvenuto poiché avevamo già in programma di andare allo Speakeasy per una jam session. Hendrix era entusiasta e si accordò per raggiungerci a mezzanotte… Ma non si fece vedere e pensai che fosse strano, molto strano, non era da lui, non importava che casini avesse in ballo però non avrebbe saltato una jam per niente al mondo e inoltre suonare con Sly ci teneva molto.

Ricorda Monika Danemann:
Non ci stancammo molto quel giovedì, arrivammo a casa verso le 20,30, cucinai qualcosa poi verso le undici bevemmo una bottiglia di vino bianco. Jimi ne bevve più di me. Più tardi mi feci un bagno, mi lavai i capelli e chiacchierammo. Non c’erano tensioni tra di noi, al contrario c’era un’atmosfera rilassata.

18 settembre 1970
Jimi Hendrix è con Monika Danemann al Samarkanda Hotel.

Ricorda Monika Danemann:
Presi un sonnifero intorno alle 7 di mattina e preparai due panini con il tonno per Jimi, poi andammo a letto e continuammo a chiacchierare fino a quando ci addormentammo. Verso le 10,20 mi svegliai, Jimi stava dormendo tranquillamente, uscii e andai a prendere le sigarette dal droghiere dietro l’angolo. Quando dopo poco tornai mi accorsi che Jimi era stato male e aveva vomitato. Vidi che aveva preso dei sonniferi, mancavano infatti nove pillole dalla bottiglietta, sebbene Hendrix respirasse normalmente non riuscivo a svegliarlo, decisi quindi di chiamare un dottore. Sapevo che il medico di Jimi si chiamava Robertson perché vi ci aveva portato Billy Cox qualche giorno prima. Cercai sull’agenda telefonica di Jimi ma c’erano troppi Robertson e non riuscì a trovare chi fosse il medico, chiamai allora Alvenia Bridges, la ragazza di Eric Burdon ma nemmeno lei conosceva il numero di telefono del dottor Robertson. Eric venne allora al telefono e mi chiese cosa stesse succedendo, gli raccontai di Jimi che non riuscivo a svegliarlo e dissi che volevo chiamare un’ambulanza ma lui mi rispose che era meglio aspettare perché si sarebbe svegliato da solo.

Ricorda Eric Burdon:
Quando sentii Monika subito pensai” Ma perché diavolo vuole svegliare Jimi? Non si è mai alzato prima di mezzogiorno” Poi capii che lei era nel panico così le dissi di scuoterlo, di gettargli dell’acqua sul viso, di fargli un caffè… insomma le solite cose!

Ricorda Monika Danemann:
Non c’era mezzo di svegliare Jimi, così alla fine chiamai l’ambulanza che arrivò circa venti minuti dopo.

Ricorda Alvenia Bridges:
Arrivai al Samarkanda Hotel che l’ambulanza era appena andata via. Monika mi disse che aveva nascosto la chitarra, il passaporto e altri effetti personali di Jimi, non voleva che si sapesse che si trattava di lui.

Ricorda Reg Jones (soccorritore dello staff dell’ambulanza)
Era terribile a vedersi, quando arrivammo era coperto di vomito, il cuscino ne era zuppo, vomito disseccato nero e marrone. Sentimmo se c’era polso ma non riuscimmo a trovarlo, così provammo con una luce negli occhi per vedere se c’era una qualche reazione. Purtroppo nulla da fare…

Ricorda Ian Smith (Ispettore della stazione di polizia di Nothing Hill)
Arrivammo nell’appartamento al piano terra in Lansdowne Crescent da cui ricevemmo la segnalazione e la ragazza (Monika) ci disse che si trattava di Jimi Hendrix. Hendrix era steso sul pavimento e i soccorritori dell’ambulanza stavano cercando di rianimarlo ma senza speranza.

Jimi viene trasportato in ambulanza al St Mary Abbots Hospital forse per un estremo tentativo di rianimarlo…

Ricorda Alvenia Bridges:
Quando arrivai all’ospedale Monika si mise in contatto con me usando un falso nome perché era talmente spaventata che mi sembrava stesse per perdere il lume della ragione.

Ricorda il dottor John Bannister (medico all’accettazione del St Mary Abbots Hospital):
L’ambulanza ci portò un paziente in stato d’incoscienza su una barella. Subito ci demmo da fare per tentare di rianimarlo. Praticammo il massaggio cardiaco, l’aspirazione di liquidi sia dalla faringe che dalla laringe... Quando venne ricoverato probabilmente era già morto da un po’, non aveva polso, battito cardiaco, nessuna reazione… il tentativo di rianimarlo fu una pura formalità, lo facciamo con ogni paziente che viene ricoverato. Ho un ricordo vivido di quei momenti perché il tratto respiratorio e la faringe erano pieni di vino rosso e succhi gastrici e pensai a quanto terribile fosse stato morire così, letteralmente affogato nel vino rosso…

Ricorda Alvenia Bridges:
Non ci volevo credere, Jimi Hendrix era morto, non lo potevo veramente credere, chiedemmo di poterlo vedere e solo dopo numerose insistenze ci concessero di farlo. Chiedemmo di avere i suoi effetti personali e ci diedero ciò che era contenuto nelle tasche dei suoi vestiti. A quel punto Monika diventò isterica e si gettò a terra gridando e piangendo, corsi ad un telefono e chiamai Eric che ci fece accompagnare al suo hotel.

Ricorda Gerry Stickells:
Andai all’ospedale per identificare il corpo. Era tutto così strano, ancora non mi rendevo conto di che talento avessimo perso…

Ricorda Mitch Mitchell:
Mi chiamò Eric Barrett e mi comunicò la tragica notizia, Jimi era morto. Semplicemente non poteva essere vero. Non riuscii a provare nessuna emozione. E’ stato difficile per me accettare la sua mancanza. Jimi è stato spesso descritto come una figura tragica, sì, morì tragicamente, ma non è la stessa cosa, lui era una persona piena di spirito, divertente e ancora adesso mi manca.

Ricorda Noel Redding:
Era la prima volta nella mia vita che moriva qualcuno che conoscevo bene. Ero a New York quando nella mia camera arrivarono delle ragazze a comunicarmi la notizia e queste ad un certo punto volevano suicidarsi gettandosi dalla finestra, ovviamente le dissuasi e sebbene io non sia una persona religiosa, tutti insieme andammo in una chiesa a pregare per Jimi, poi andammo in un cocktail bar e ci ubriacammo tutti vergognosamente. Ero sotto shock. Non ho mai sognato di Jimi, ma qualche giorno dopo una notte sognai di lui. Entrava nella stanza e io gli dicevo “Hey, ma sei morto” e lui rispondeva “Si tranquillo, volevo solo salutarti”

Da una dichiarazione del Professor Donald Teare, anatomo-patologo che eseguì l’autopsia su Jimi.

Non vi sono segni di tossicodipendenza, le cicatrici della dipendenza sono indelebili e in questo caso non ce n’è traccia.

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