mercoledì 21 luglio 2010

Fholks (la jam session con Jimi Hendrix) Parte 2


Estratto da un'intervista di Claudio Pescetelli a Ruggero Stefani dei Fholks per la rivista Jamboree


...Jimi Hendrix però… quello te lo ricordi bene!

Eh, si! Stiamo per arrivarci… Il Titan era in Via della Meloria, vicino al Bar Cristallo – e quindi a casa mia – dove come ti ho detto in precedenza, si riunivano molti personaggi del rock romano. Gli altri componenti del gruppo, Claudio Baldassarri e Piero Pavone erano di Monteverde, e Nene (Henrick Topel) di Montesacro, quindi io ero l'unico che la sera poteva raggiungere a piedi il Titan. Puoi facilmente immaginare che l'occasione era troppo ghiotta per lasciarmela scappare, e quindi quando non ci esibivamo, io comunque ero lì, ad ascoltare i gruppi che vi ci succedevano. In quel periodo, infatti, c’era l'uso di lasciar entrare gratuitamente nei locali i musicisti che vi si esibivano abitualmente. Questo mi aiutò molto nella mia maturazione professionale. Ma torniamo ai Fholks: durante uno di questi periodi, la direzione artistica del Titan promosse la tournee italiana di Jimi Hendrix,, facendolo esibire al teatro Brancaccio. E questa è la chiave di volta di tutta la storia dei Fholks! Dunque, la tournee prevedeva quattro spettacoli a Roma, pomeriggio e sera per due giorni consecutivi. Gli organizzatori Massimo Bernardi e Oscar Porri, essendo anche proprietario e direttore artistico del Titan, pensarono di invitare Jimi e la band a passare il dopo-spettacolo al Titan dove, tanto per cambiare, ci esibivamo noi. Tu hai mai visto il Titan?

L’ho visto negli anni ottanta, non so era rimasto strutturato nello stesso modo…

In una grande sala rettangolare, appena rialzato c'era il palco, su uno dei lati corti del locale. Di fronte al palco la pista da ballo, rotonda. Ai due lati della pista, tra il palco e la pista quindi vicinissimi al palco due specie di salottini VIP, con divani a semicerchio intorno ad un tavolo rotondo. Questi due specie di salottini, di solito erano riservati agli ospiti importanti del locale, mentre i clienti ‘comuni’ si sedevano nelle altre poltrone e nei tavoli dislocati tutto intorno alle pareti. Naturalmente quella sera Jimi e la band furono fatti sedere in una di queste due postazioni, a destra, guardando dal palco. Incredibile, noi stavamo suonando, quando Lui entrò nel locale. Per qualche secondo ci tremarono le gambe, ma riprendemmo a suonare con la nostra solita verve. Te l'ho detto, vero, che quando suonavamo la gente saltava sulle sedie? Mica esagero: avevamo una grinta incredibile, non riscontrabile in altri gruppi del nostro livello. C'era qualcosa di quasi magico. Che non so descriverti esattamente e della quale non so spiegarti esattamente la ragione. So solo che c'era ed era trascinante! Oggi lo chiamerebbero ‘groove’: per noi era ‘grinta’. Con Jimi, oltre a Mitch Mitchell e Noel Redding, c'erano Bernardi, Porri ed un certo Albertino Marozzi, che si rivelò un personaggio chiave nella situazione. Albertino era uno di quei tipi "faccio", "mi muovo", "mi do da fare", "giro", "conosco" di Morettiana memoria. Quella sera era lì perché conosceva un po’ di inglese, quindi era riuscito ad intrufolarsi come accompagnatore-interprete del gruppo. Noi, come un po’ tutti i musicisti dell'epoca, lo conoscevamo bene…
Come andò?

Beh, durante quel che restava della nostra esibizione, vedemmo diminuire l'attenzione di Jimi e della band verso i loro ospiti, ed aumentare quella verso di noi, tanto che alla fine erano tutti girati verso di noi e ci applaudivano continuamente, non solo al termine di ogni pezzo. Questo ci rese, come puoi immaginare, euforici. Rientrammo nel camerino camminando su una nuvola. Mentre ci asciugavamo il sudore e cercavamo di toglierci i sorrisi ebeti dal volto, entrò di corsa Albertino Marozzi dicendo: "A rega’, ha detto Jimi Hendrix se risonate perché je sete piaciuti un sacco". Riporto questa frase in dialetto per amore di verità storica, perché queste furono proprio le parole esatte, scolpite nel mio, nei nostri cuori…

Immagino la soddisfazione…
Beh, questo apprezzamento ci riempì di stupore ed orgoglio, come puoi ben immaginare. E questa fu solo la prima delle incursioni di Albertino, in un crescendo di enorme soddisfazione per noi. Risalimmo sul palco sfiorando il terreno di una ventina di centimetri e ci esibimmo in altri pezzi, nei quali fummo ancora apprezzati. Vedevamo tutta la band ignorare completamente la compagnia di tavolo ed avere occhi ed orecchie solo per noi. Durante questa, che era la nostra terza esibizione della serata, ancora Albertino venne sul palco e ci disse: "A rega', Jimi Hendrix ha chiesto de sona' qualche pezzo con voi. Ha detto che je fate veni’ voglia de sona'" Puoi immaginare cosa si prova a vedere un mostro sacro della musica rock mondiale avvicinarsi e salire sul palco con te, prendere la chitarra – che il nostro chitarrista gli offrì con deferenza – imbracciarla e cominciare a suonare? Forse, o forse no. Comunque andò così che, in uno stato di estasi, almeno per quanto mi riguarda, cominciammo un'improvvisazione. La chiamavano ‘jam session’, all'epoca. Non durò molto, ma per noi la durata non aveva nessuna importanza, a fronte della soddisfazione per l'evento. Dopo un po' Albertino mi chiese di suonare un pezzo al mio posto – suonava un po' la batteria anche lui – ed io, stordito e soddisfatto, acconsentii. Suonò anche lui brevemente, molto presto sostituito da Mitch Mitchell. L'evento si concluse presto, accompagnato da grande soddisfazione del pubblico per l'eccezionale fuori programma, ma soprattutto nostra, per il riconoscimento che avevamo avuto. Tornammo quindi in camerino, dove ancora Albertino ci raggiunse, esordendo con il solito "A rega'" e aggiungendo: "Jimi Hendrix ve vole al tavolo con lui. Ve vole conosce". Conclusione quasi scontata, per come erano andate le cose. Li raggiungemmo presto, e ricevemmo ancora un sacco di complimenti, che Albertino si sforzava di tradurci. Ricordo che Mitch Mitchell mi disse che ero molto bravo. Io gli chiesi se stava scherzando e lui rispose chiedendomi da quanto tempo suonavo la batteria. Io gli risposi che era un anno e mezzo – barando un po': in realtà erano più di due – lasciandomi intendere che non dovevo paragonarmi a lui che suonava da molto più tempo. Comunque, Jimi ad un certo punto smise di rivolgersi a noi e cominciò a parlare fittamente con gli organizzatori della tournee. Mi sfuggì ciò che si dissero, distratto com'ero da Mitch Mitchell, ma alla fine ci venne annunciato che il giorno dopo (Sabato) dovevamo suonare nello spettacolo del Brancaccio, subito prima di Hendrix, dato che gli mettevamo addosso una gran voglia di suonare…

Bel colpo!
Noi eravamo, più che entusiasti, storditi da questi eventi, e così ci organizzammo per essere al Brancaccio con lui, il giorno dopo. Ora, il Titan di sabato apriva anche il pomeriggio, e non poteva rimanere senza orchestra. Inoltre la direzione del locale, che se non ricordo male non aveva preso molto bene quell'ingerenza nella scaletta dello spettacolo da parte di Hendrix, acconsentì al fatto, a patto che suonassimo anche nella ‘pomeridiana’ al Titan. Noi naturalmente avremmo accettato qualsiasi condizione, così ci organizzammo per suonare al Titan e partire subito dopo verso il Brancaccio, per esibirci subito prima di Jimi, per poi tornare al Titan ed esibirci all'apertura serale. Organizzarci volle dire rimediare qualcuno con la macchina, dato che nessuno di noi l'aveva. Così rimediammo un amico, tale Topone, che aveva una macchina: una Fiat 500 nella quale entrammo in quattro, più lui che guidava, più basso e chitarra complete di fodero rigido, che sporgevano dal tettuccio aperto per l'occasione. Ce la fai ad immaginartelo? Gli artisti che vanno ad esibirsi in un importante concerto rock, in cinque in una 500 più basso e chitarra complete di fodero! Ma non c'era tempo per farlo in autobus, così ci adattammo, badando a non farci vedere per non screditare l'organizzazione. Arrivati in teatro, dovemmo anche subire l'opposizione di quello che era il gruppo di spalla titolare. Era un'orchestra di rhythm & blues piuttosto importante all'epoca, quella di Pierfranco Colonna. Comunque l'orchestra di Colonna fece fuoco e fiamme quando seppe che noi dovevamo suonare subito prima di Jimi, e gli organizzatori dovettero faticare non poco per convincerli che era lo stesso Jimi Hendrix a volere così. Comunque suonammo, con la nostra solita verve, ed al termine potemmo goderci solo una parte dello spettacolo di Hendrix, dato che dovevamo tornare di corsa al Titan, per suonare all'apertura serale. Di tutta quella giornata ricordo più le corse in macchina con i sacrifici corporali subiti, che la parte musicale. Comunque così andò… Alla sera, Jimi Hendrix tornò al Titan e naturalmente si soffermò ancora con noi. E... udite, udite… la notizia per noi più incredibile e bella doveva ancora arrivare: quella sera Jimi ci promise che nella sua prossima tournee mondiale, in preparazione per l'anno successivo, noi saremmo andati con lui, ci avrebbe ingaggiato e avremmo suonato sempre prima di lui! Pazzesco! Ti puoi immaginare con quale stato d'animo ci ritrovammo. Eravamo in una nuvola, e guardavamo tutti dall'alto in basso…