sabato 31 marzo 2012

Intervista a Oscar Porri

Oscar Porri
Assistente di Massimo Bernardi e proprietario del Titan Club di Roma.
(Intervista telefonica di Roberto Bonanzi, gennaio 1998).

La tournée è stata voluta espressamente da me e da Massimo Bernardi perché avevamo avuto modo di conoscere Jimi e di apprezzarne le doti artistiche.
Allora in Italia Hendrix era noto fra gli addetti ai lavori ma pressoché sconosciuto al grosso pubblico. Se ne era sentito vagamente parlare, ma ancora non era la star che sarebbe diventato in seguito, specie dopo la morte.
Devo dire che dal punto di vista economico fu una grossa scommessa, anche perché tutta la tournée fu organizzata a spese nostre, senza l'appoggio della casa discografica.
La Polydor, infatti, non volle partecipare se non con l'invio di poster e manifesti, sui quali oltre all'immagine di Hendrix compariva anche il marchio della casa discografica.
Organizzammo tré spettacoli, il primo dei quali al Piper dì Milano, che era praticamente una
discoteca.


Per quale motivo decideste di esporvi personalmente nell'organizzazione del tour, visto che non esisteva in pratica una vera garanzia di ritorno economico?

A Roma avevamo un locale di un certo livello, il Titan Club, dove in precedenza avevamo organizzato altri spettacoli.
Un concerto di Jimi Hendrix sarebbe stato per noi un grosso scoop nei confronti della stampa
specializzata, poiché anche se la massa non era particolarmente informata in merito, gli addetti ai lavori -giornalisti specializzati nel campo musicale e discografici - sapevano di chi si stava parlando, e di quanto potesse valere.
Ci impegnammo, quindi, sia per motivi di prestigio, sia perché ci saremmo trovati al centro di un grosso battagé pubblicitario, in parte organizzato e pilotato da noi, o meglio dal nostro ufficio stampa diretto da Franca Borasio di "Novella 2000".
Io e Bernardi ci alternavamo alle diverse mansioni per tutto ciò che faceva parte del lavoro di organizzazione.
Purtroppo, il primo giorno a Milano ci fu l'imprevisto annullamento del concerto pomeridiano, che però non dipese da noi. Anche se è passato molto tempo e non ricordo più molto bene, mi pare che ci fossero stati problemi all'aeroporto, per lo sdoganamento degli strumenti... Dopo Milano fu la volta di Roma, al Teatro Brancaccio, per un week end di quattro spettacoli.

Hendrix lo ricordo come una persona piuttosto ombrosa, francamente non molto socievole al di fuori della cerchia di persone con le quali lavorava. Non si concedeva molto.
Bisognava spronarlo perché rilasciasse qualche intervista o posasse per i fotografi. D'altronde, il più delle volte era sotto l'effetto delle varie misture che prendeva, e il suo atteggiamento mutava a seconda di ciò che aveva ingerito in quel momento. Si cominciava a notare il cambiamento d'umore da quando una dose era stata presa e dopo cinque o sei ore si manifestavano i primi segni di nervosismo. Ci avevano avvisato; non era un mistero quello che lui faceva dal punto di vista - diciamo così - della tossicodipendenza.

Dopo i concerti ci ritrovavamo ai Titan per concludere la serata e si faceva mattina con giornalisti, discografici, musicisti, e in un'occasione Jimi suonò anche con il pubblico in sala. C'erano anche amici come Fabrizio Zampa, Arbore, Boncompagni, con i quali ci si vedeva spesso anche per lavoro e che consideravamo parte del nostro "clan".
Il primo spettacolo che Arbore presentò in pubblico, per esempio, fu uno show di Wilson Pickett che avevamo organizzato noi a Roma.

Tornando alle serate del Titan, si suonò fino a mattina.
Jimi restò molto volentieri, perché quando si trattava di far musica, e se c'era l'ambiente adatto, non si tirava mai indietro.
Non è che facesse uno strappo alla regola: era ben lieto di partecipare a queste cose, anche perché facevano parte della sua vita. Le faceva con piacere perché la musica lui l'aveva dentro.


Con gli altri ragazzi del gruppo si riusciva a comunicare.
Jimi, come ho detto, era più scontroso, ma nei momenti di lucidità riusciva ad avere rapporti normali con la gente. In particolare, però, non voleva gente attorno mentre si esibiva, e anche se di persona non lo impose mai, fece sempre in modo di farlo capire. A questo proposito credo
di averlo visto suonare sempre la stessa chitarra.
Non espresse mai il desiderio di visitare monumenti o cose simili, ma onestamente non posso dire se abbia fatto o meno dei giri turistici, perché a Roma io mi dovevo occupare di molte cose, dagli aspetti organizzativi del tour alla gestione del locale.

!l fatto più curioso - e preoccupante per noi - successe a Bologna, dove Hendrix non aveva voluto alloggiare all'albergo in cui ci trovavamo io e Bernardi.
Al momento di iniziare lo spettacolo del pomeriggio Jimi non si trovava più.
Si sapeva solo che era uscito dall'albergo.
Eravamo piuttosto preoccupati: il pubblico era abbastanza numeroso, anche perché avevamo acquisito un po' di notorietà grazie agli articoli pubblicati nei giorni precedenti.
Sguinzagliammo perciò parecchi amici in giro per Bologna e finalmente riuscimmo a trovarlo in uno scantinato credo, non so dove esattamente, addormentato e
piuttosto fatto... Fummo in grado di recuperarlo solo grazie a un'informazione particolare, perché se fosse dipeso da noi non avremmo saputo dove andare a pescarlo.
Cercammo un medico che potesse rimetterlo un po' in sesto e alla fine potemmo fare il benedetto
spettacolo.
Fu una giornata decisamente sofferta.
Di tutto ciò la casa discografica s'era bellamente disinteressata.
Questa tournée, come ho detto, la facemmo a spese nostre, riuscendo per fortuna a recuperare i capitali impegnati. In Italia, però, siamo stati gli unici ad aver creduto in Hendrix prima che esplodesse il fenomeno, e gli altri non avevano neppure immaginato quel che sarebbe poi diventato.
Fare questi spettacoli per noi era un hobby come un altro. A rischio nostro però...


Estratto da :
“5 Giorni a maggio, Jimi Hendrix in Italia 1968”
Roberto Bonanzi, Maurizio Comandini
Mondatori 1988

Su gentile concessione dell’autore
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