sabato 2 gennaio 2016

Se apprezzavi la sua musica poteva nascere una grande amicizia


 
Milano, 23 maggio 1968



Grazie a Victor Togliani (www.victortogliani.it) per avermi segnalato questo suo bellissimo libro :

Funzioni-non-verbali-vivere-giocando-con-una-matita-in-tasca/  

 di cui gentilmente ci ha concesso di pubblicarne uno stralcio riguardante il suo straordinario incontro con Jimi Hendrix il 23 maggio 1968 a Milano. Victor è un illustratore ed ex musicista, testimone prezioso dell'ambiente musicale milanese di quegli anni, il libro parla della musica che si faceva  negli anni '60 a Milano e racconta della sua esperienza di illustratore, essendo Victor amico di parecchi musicisti, a molti di loro ha disegnato le copertine dei dischi.
Ecco il suo racconto:



Un bozzetto di Victor Togliani

Ma il juke box del bar Olimpia mi doveva ancora riservare una sorpresa…
IMMENSA!
Era la primavera del 1967, c’era un disco nuovo; lessi l’etichetta: Hey Joe di un certo Jimi Hendrix.
Bel cognome, ma che nome da pirla. Jimi, con una emme sola! Come dire Giani o Bepe.
Lo ascoltai e capii che il mondo non sarebbe più stato lo stesso.
Di lì a poco sarebbe uscito il suo primo album, Are you experienced?
E tutti gli altri grandi chitarristi vennero spazzati via come fuscelli da quell’uragano “extraterrestre”.
Che fra l’altro scriveva anche i testi più geniali e magici che avessi mai sentito.
E la sua voce? Non ho parole.
Tutto il resto era diventato in-si-gni-fi-can-te!
Quando incontravo una persona nuova e incominciavo a fare la sua conoscenza, chiedevo subito se sapeva chi fosse Hendrix e se apprezzasse la sua musica.
Se la risposta era affermativa, poteva nascere una grande amicizia, se negativa toglievo subito il disturbo; non c’era storia! 
...........
Il poster che annunciava il concerto di Jimi a Milano
 Nel maggio del 1968 avvenne un fatto straordinario.
“Ah si, la rivoluzione studentesca” direte. 
No, di più!
Jimi Hendrix suonava a Milano!
L’Italia non era pronta per l’evento.
Non c’erano locali adatti; non si era preparati per i concerti rock.
Tant’è che Jimi dovette adattarsi al Pipe’s (ex Piper), un locale dove si ballava, l’embrione delle future discoteche, ma era troppo piccolo.
Tra le duemila persone che riempirono di primo pomeriggio il locale, c’era anche  il sottoscritto in compagnia di Daniele, il mio inseparabile batterista e amico.
Guardandomi intorno riconoscevo, in quella massa compatta di umanità, i visi famigliari dei più noti musicisti milanesi, accorsi come i “pastori” alla “capanna di Betlemme”.
Furono lunghe ore di attesa snervante, perché, come ci dissero più tardi, Hendrix era stato bloccato alla dogana dell’aeroporto (eccaallà) ed era saltato lo spettacolo pomeridiano.
Così avevamo due alternative: o ritirare i soldi del biglietto e ritornare per lo spettacolo della sera, se mai ci fosse stato, oppure rimanere nel locale.


Il pubblico pomeridiano del 23 maggio 1968 © Renzo Chiesa


Rimase soltanto lo “zoccolo duro”, una cinquantina di persone in tutto, e tra quelle c’eravamo anche Daniele ed io.  
E chi si muoveva!
Verso le ottoemmezza (le 20,30), quando la speranza stava ormai vacillando, incominciò a entrare il pubblico dello spettacolo serale e ci tornarono le forze.
Ero vicino ad un ingresso laterale e guardavo curioso, sul palco, i preparativi del gruppo di supporto: Wess, un bassista di colore, con la sua band di R&B.
Il gruppo di supporto
                                               Qualcuno mi tocca una spalla e mi chiede: “Tu sei Victor?”
Mi volto incuriosito e vedo un signore che, li per li, in controluce, non riconosco.
“Sono il papà di Barbara, ci siamo visti a casa mia. Dai, vieni con me” mi dice.

Ed io incomincio a seguire Mario Fattori (tallonato a mia volta da Daniele) che attraversa veloce, controcorrente, la massa di persone che si sta riversando nel Paip’s e si infila in un lungo corridoio nascosto, via dalla pazza folla.
Come una piccola processione di minatori in una galleria semi buia, arriviamo in fondo dove c’è una porticina che Mario si appresta ad aprire.
Una folata di luce (ma si può dire una folata?) ci abbaglia per un attimo e, quando la vista ritorna normale, vedo:
Mitch Mitchell il batterista e Noel Redding il bassista, seduti davanti agli specchi del camerino, con quattro ragazze, due per uno, che “cotonano” le loro chiome troppo lisce e, seduto su una cassa di legno in un angolo, Jimi Hendrix, che sta accordando una Fender Stratocaster  bianca!
Jimi prima del concerto

Il cuore mi sale in gola e Mario, avvicinandosi a lui, deve avergli detto pressappoco:
“Jimi, voglio presentarti il ragazzo di mia figlia; suona la chitarra ed è un tuo grande ammiratore.”
Ma come “ammiratore”, Mario?
Suo “devoto” nei secoli!
E Jimi si alza (vi ho già detto che io sono alto 1,82? Beh, lui mi superava di almeno una spanna) e sorridendo mi porge la mano.
Ma tu dimmi cos’avevo fatto per meritare tutto questo?
Inebetito gliela stringo, quasi soffocando per l’emozione!
Non so se vi rendete conto, ma in quel momento stavo sfiorando le dita dalle quali fluiva sul mondo la musica più celestiale che i popoli della terra avessero mai ascoltato.
Porcaputtanazozza!
Rimasi in catalessi per settimane!
Mi Sentivo come Saulo di Tarso.
Durante il concerto ero, come tutti, basito da quella tecnica straordinaria.
Jimi impugnava la chitarra da mancino e, con la sua “infinita” mano destra, faceva uscire da quel fetente pezzo di legno, che era poi la Fender, note improbabili e sublimi che volavano leggere come libellule e tagliavano l’anima come lame di rasoio.
In più durante gli assoli, con il pollice faceva gli accordi!!!
Basta!
Non volevo più suonare.
Jimi a Milano 23 maggio 1968
 Col tempo, lentamente mi ripresi.
L’anno seguente il mio gruppo vinse lo STUDENT’S FESTIVAL al Palalido, il più importante concorso musicale dell’epoca.
L’edizione precedente l’avevano vinta i New Dada, il complesso di Maurizio Arcieri.
Ci chiamavamo Pot and Horse s.p.a. ed anche a noi venne offerto, com’era nella prassi, di incidere un disco, ma qui ci scontrammo con un insospettata forma di fondamentalismo esercitato nei nostri confronti dai genitori; una bizzarra forma di repressione.
In pratica nessuno di loro approvava che mollassimo la scuola “per fare i giullari nei locali!”   Testuale.
E così, delusi e demotivati, sciogliemmo il gruppo.

Nota.
Mario Fattori, in seguito, avrebbe realizzato uno spot per “Brooklyn - la gomma del ponte” con Hendrix che suonava in un concerto americano.
Ricordo che c’erano milioni di palloncini che volavano in cielo sospinti dalle note della sua chitarra.
Ma lo spot non andò mai in onda: la RAI lo aveva “censurato” (era il 1970 e Jimi era appena  morto), perché “il personaggio evocava nei giovani un cattivo esempio”, alludendo alla droga.
Pochi sanno però che la causa della sua morte non fu un’overdose, come credevano tutti.
Dopo aver lavorato per giorni e notti nella sua sala di incisione, la Elettricladyland vicina a Woodstock, senza quasi mai dormire, era volato a Londra e, arrivato in albergo, aveva preso dei sonniferi per poter finalmente riposare.
Durante la notte, senza che lui riuscisse a svegliarsi, un conato di vomito fu la causa della sua tragica fine.
“Conservatori dai colletti bianchi puntano verso di me il loro dito di plastica”, aveva profeticamente cantato in “If 6 was 9”.

A questo punto vi devo anticipare un fattaccio che mi riguarda: una decina d’anni più tardi, avrei inciso un disco di mie canzoni, una cagata!
Poi vi racconto, fatto sta che erano già pronti dei “pezzi” per un mio secondo album, ma questo non ha mai visto la luce, tra i quali ce n’era uno che si chiamava James Marshall, che è il vero nome di Hendrix.

© Victor Togliani